SIRIA_POESIA DELLA RESISTENZA

tammam azzam Tammam Azzam, Back to School, 2014

Continuando a scavare dentro la poesia della resistenza, cercandola nei meandri della vita frenetica e cumulativa della rete mediatica, vado incontro a segni non così facili da raggiungere  e da decifrare.

La voce dei poeti palestinesi è ancora tutta da scoprire. Intravediamo scie luminose e bisogna seguirle se si vogliono ancora scoprire i mondi che continuano a fiorire nonostante muri, rifiuto di ascolto e una guerra d’occupazione sempre più insensata. Cerco nella poesia siriana.

Traggo spunto da un articolo di Sam Stolton, che potete leggere in inglese qui: http://www.poejazzi.com/syrian-poetry-revolution-freedom-and-breaking-the-old-phantom-of-fear-by-sam-stolton/. L’articolo è di circa un anno fa, e molte cose sono cambiate da allora in Siria ma gli spunti di riflessione che offre posso essere preziosi.

Sam Stolton parte dalla considerazione che la natura del governo di Hafez Assad è stata quella di un governo dittatoriale e oppressivo, consolidatosi nel 1970 attraverso un rafforzamento sia politico che militare. In questo contesto la censura su tutto ciò che riguarda le attività culturali, la comunicazione e la scrittura in genere, è stata via via rafforzata, conducendo alla creazione di quella che Stolton definisce la caratteristica del “silenzio” in poesia.

La condizione di “silenzio” nella poesia siriana prima dell’avvento della rivoluzione del 2011, viene definita come la presenza, all’interno del tessuto linguistico poetico, di uno stato di silenzio. Silenzio percepito come esistenza di una voce a cui non è permesso parlare. Dalle parole di questi scrittori trasuda una sensazione di perdita di identità, laddove identità e voce divengono strettamente correlati. La perdita dell’identità corrisponde ad una impossibilità di manifestare apertamente la propria voce.

Questa perdita si rispecchia nel non utilizzo di tutto un codice letterario, dal quale non è permesso attingere. Scrive Stolton “Questo è ciò che Gayatri Spivak chiama violenza epistemica, nel momento in cui la conoscenza di e l’accesso a – determinati apparati linguistici viene proibito perché non contribuiscono agli oppressivi scopi del regime politico. Spivak parla di narrazione dell’imperialismo (palimpsestic narrative of imperialism), laddove un “intero sistema di conoscenze viene giudicato inadatto alla propria funzione”.

Muhammad Afif al-Hussainy viene citato come uno dei poeti, nei cui versi, questo stato di “silenzio” si rivela in “termini di morte, assenza e negazione, con un profondo e radicato senso di perdita”.

Questi alcuni versi tratti da Vetro:

Può la finestra e il suo vetro in frantumi ricordare

Come il vento la percosse?

Può ricordare come i bambini

Combatterono quasi con il tramonto?

Può la finestra ricordare il suo abbandono,

corrotto dalle assenze e dalle accuse?

Qui un’altra poesia, dello stesso autore, trovata in rete, Nomi, (traduzione in inglese dall’arabo di Noel Abdulahad dalla raccolta: “A Crack in the Wall: New Arab Poety” http://independencedayproject.blogspot.it/2008/04/syria.html ):

Assomigliavamo a dei salici

le nostre camicie intessute da racconti.

Improvvisamente trovammo la nostra via

nei neri margini dei morti,

scambiammo i posti con loro

e col freddo del vetro.

I racconti, anch’essi morirono

e i nostri nomi blu voltarono in giallo.

Il silenzio, traslato in figure poetiche di una sofferta esistenza, in oggetti taglienti e rotti che prendono il posto di uomini e donne, prende il sopravvento nei versi di Muhammad Afif al-Hussainy. Questo silenzio di cui parla Stolton confluisce nella poesia che incontra la rivoluzione, deflagrando in forme differenti e portando ad una sorta di esplosione della parola. La risposta poetica alla rivoluzione, però, si manifesta in modi diversi. I poeti e gli scrittori sono consapevoli che la rivoluzione, e il sangue versato dalla gente che ne ha preso parte, ha aperto la possibilità alla poesia di far sentire la propria voce. Eppure non è una soglia facile da sostenere quella che vede l’accoglimento della rivoluzione e allo stesso tempo, la consapevolezza che essa porterà e porta alla morte di migliaia di persone.

L’aspetto su cui torna Stolton è la possibilità oggi, attraverso i media, i social network e la rete, dell’essere visibili al mondo intero, in modo da poter far udire la propria voce. Ci sono poeti che hanno scelto consapevolmente di restare, altri che vivono in luoghi differenti dalla Siria. Spesso in Occidente. Essere con la rivoluzione assume differenti sfaccettature e non vuole dire far riferimento ad un’unica possibilità di azione.

D’altronde il binomio esistenza-oppressione è qualcosa che accompagna visceralmente tutti i popoli e tutte le genti, così come ricorda il poeta arabo Abu Ala Al-Ma’ari nella poesia, Nessuno da Guidare ma Ragione, “Hai avuto la tua strada molto tempo fa/ Hai avuto i tuoi re e tiranni/E ancora macini ingiustizia, ora dopo ora”.

La resistenza alla tirannia ha la sua lunga storia anche in Siria. “Il poeta siriano Nizar Qabbani” ricorda Stolton, “scrisse nel 1967, immediatamente dopo la sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni, Note a pié di pagina del libro della battuta d’arresto: “Bambini arabi/ Spighe del futuro/ Romperete le catene”, e ancora “Mio paese di dolore/ In un momento/ Mi hai cambiato da poeta d’amore/ a poeta che scrive con un coltello”.

Seguendo il filo tracciato da Stolton, quell’identità che faticava a venir fuori o che si sentiva smarrita durante il governo dittatoriale del primo Assad, e dell’odierno, ritrova voce. Ciò che la rivoluzione ha reso possibile, per quanto riguarda la poesia e la scrittura, è la rottura del silenzio e la imprescindibile necessità di dire, manifestare, di essere una voce udibile, laddove prima non era permesso. Queste stesse parole, questo cambiamento avvenuto nella espressione poetica è ciò che viene detto da Hala Mohammad, in un video che narra della sua vita poetica, lontana dalla Siria in rivolta (http://www.aljazeera.com/programmes/artscape/2012/08/201282711412941304.html).

Molti poeti non usano più solo reading o incontri formali ma anche dimostrazioni pubbliche e social network come facebook. I versi si cantano per strada. Ma la situazione odierna, per i poeti siriani, è doppiamente in pericolo, tra il fuoco del regime di Assad e quello dell’Isis.

Come scrisse il poeta Hassan al-Khayyer, “Cosa dovrei dire/ al dire la verità fanno seguito frustate e buie umide prigioni”. E, ricorda Stolton, proprio nelle prigioni, fu giustiziato al-Khayyer a cui venne mozzata la lingua prima dell’esecuzione. L’articolo pubblicato su Aljazeera (http://www.aljazeera.com/indepth/features/2013/09/20139784442125773.html) ricorda invece che altri poeti sono stati uccisi negli ultimi tempi: “il poeta Ibrahim Qashoush fu rapito e ucciso nel luglio 2011. Due scrittori – Dia’a al-Abdulla e Tal al-Mallouhi – si crede siano ancora in prigione senza aver accesso ad un avvocato. Lo scrittore Khaled Khalifa fu colpito a Damasco nel maggio 2012, con la rottura della gamba sinistra”.

Anche gli scrittori che vivono all’estero non possono certo dormire sonni tranquilli. Come la scrittrice Maram al-Masri, che dopo la pubblicazione del suo libro Libertà, lei viene nuda, ha ricevuto intimidazioni e minacce. Maram al-Masri è uno degli esempi di scrittrici che utilizza la rete, e in particolar modo facebook, come mezzo di diffusione poetica e di protesta.

Di seguito riporto alcune poesie, molto diverse l’una dall’altra ma che possono dare dei cenni di ciò che fa riferimento a quanto scritto sopra. Preciso che “poesia della resistenza” è un termine preso da Ghassan Kanafani, nel momento in cui parla della poesia palestinese. Il filo che sto seguendo è un po’ quello dettato da Kanafani ma, allo stesso tempo, questo filo tende a smagliare e diramarsi nel momento in cui incontra la poesia. Perché la poesia è -per quanto mi riguarda- resistenza, e le forme di poesia-in-resistenza (o resistenza-in-poesia) sono molteplici e non necessariamente esplicitamente politiche.

Nizar Qabbani, da “Damasco, cosa mi stai facendo? (http://www.poemhunter.com/nizar-qabbani/poems/)

1

Damasco, la mia voce questa volta, risuona forte in te

Nella casa di mia madre e mio padre,

A Sham. La geografia del mio corpo cambia.

Il sangue diviene verde.

Il mio alfabeto è verde.

A Sham. Una nuova bocca dalla mia bocca emerge

una nuova voce dalla mia voce affiora.

E le mie dita

Diventano una tribù.

2

Torno a Damasco

Cavalcando le nuvole

Cavalcando i due più bei cavalli del mondo

Il cavallo della passione.

Il cavallo della poesia.

Torno dopo sessant’anni

Alla ricerca del mio cordone ombelicale,

Per il barbiere di Damasco che mi circoncise,

Per la levatrice che mi scosse nella bacinella sotto il letto

E ricevette una lira d’oro da mio padre,

Lei lasciò la nostra casa

In quel giorno di marzo 1923

Le sue mani macchiate dal sangue della poesia…

3

Torno al ventre che mi ha formato…

Al primo libro letto…

Alla prima donna che mi insegnò

La geografia dell’amore…

E la geografia delle donne…

(…)

5

Entro nel cortile della Moschea Umayyad

e saluto tutti coloro che vi sono dentro

Angolo per…angolo

Mattonella per…mattonella

Colomba per…colomba

Vago nei giardini della scrittura di Kufi

E colgo i bellissimi fiori delle parole di Dio

E ascolto con i miei occhi la voce dei mosaici

E la musica dei rosari d’agata

Uno stato di rivelazione e rapimento mi sovrasta,

Così salgo i gradini del primo minareto che mi incontra

Chiamando:

“Vieni al gelsomino”

“Vieni al gelsomino”
“Note a pié di pagina del libro della battuta d’arresto” di Nizar Qabbani (https://thenewliberator.wordpress.com/2011/02/04/footnotes-to-the-book-of-the-setback-by-nizar-qkabbani/). (Poesia scritta in seguito alla sconfitta di Siria, Egitto e Giordania contro le forze israeliane nel 1967)

Amico,

La parola antica è morta.

I libri antichi sono morti.

I nostri discorsi, come logore scarpe bucate, sono morti.

Le nostre poesie si sono inasprite.

I capelli delle donne, le notti, tende e divani

Si sono inaciditi

Tutto è diventato acido.

Mio paese di dolore,

Nella carne

Mi hai mutato, da poeta d’amore

A poeta che scrive con un coltello.

Ciò che sentiamo è oltre le parole:

Dovremmo vergognarci delle nostre poesie.

Mischiato

Alla magniloquenza orientale

Alla spavalderia di Antar

Che mai uccise una mosca,

A violini e tamburi,

Andammo alla guerra

E perdemmo.

Le nostre grida sono più forti delle nostre azioni,

Le nostre spade più alte di noi,

Questa la nostra tragedia.

A breve

Indosseremo l’abito della civilizzazione

Ma le nostre anime vivono nell’età della pietra.

Non vinci una guerra

Con un flauto rosso.

La nostra impazienza

ci costa cinquantamila tende nuove.

(…)

I nostri nemici non attraversano il confine

Loro strisciano lungo la nostra debolezza come formiche.

 

Hala Mohammad “La rondine” (http://writingwithoutpaper.blogspot.it/2012/09/the-poets-of-protest-series.html)

Oh, Rondine

non appena ti allontani, la nostra primavera

rallenta.

Nel Bosco il tubo di scarico del camino

non appena la legna arriva,

tu dimenticasti la tua eco.

Oh, Rondine,

rallenta.

Con la piuma nella finestra

Rondine

Noi adornammo

immagini di martiri

e la morte vola via da esse.

Rallenta, Rondine.

Il nido appartiene

a chi lo costruisce.

Najat Abdul Samad da “Quando sono sopraffatto dalla debolezza”

Ho fasciato il mio cuore con la determinazione di quel ragazzo

che colpirono con un bastone elettrico sul suo unico rene fino ad urinar sangue

e che ancora torna a camminare nella prossima dimostrazione…

Ho fasciato il mio cuore con l’urlo: “Morte e non umiliazione”

Estratto da una poesia di Ibrahim Qashoush tradotto in inglese dall’arabo da Ghias Aljundi (PEN) (http://freemuse.org/archives/5054)

La Siria desidera la libertà

La Siria chiede libertà

Cacceremo Bashar

Con la nostra sola volontà
Siamo mussulmani e cristiani

Che chiedono la libertà

Salutando la città di Daraa

Che iniziò questa pacifica rivoluzione

Quando chiedemmo libertà

Ci chiamarono terroristi

Quando richiedemmo i nostri diritti

Ci chiamarono fondamentalisti

E’ scritto sulla nostra bandiera nazionale

che Bashar ha tradito la nazione

E’ scritto sulla nostra bandiera

Che il nostro compito è di abbattere il regime

E’ scritto sulla nostra bandiera

Che i media di stato sono dannati

Morte piuttosto che umiliazione

La Siria cerca la libertà.

Estratto da una poesia di Maram al-Masri (http://deborahbirdrose.com/tag/maram-al-masri/)

La Siria per me, una ferita che sanguina

E’ mia madre sul suo letto di morte

E’ mio figlio con la gola tagliata

E’ il mio incubo e la mia speranza

E’ la mia insonnia e il mio cammino

NOTA: questi esempi non sono assolutamente esaurienti e la poesia siriana è un mondo ampio e molteplice di estrema ricchezza e bellezza. Chiunque voglia contribuire, segnalare, correggere, intervenire, è il benvenuto/a.

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