Père, attends

Attends-attends-attends

Per lo spettacolo diretto da Jan Fabre, con il danzatore e attore Cédric Charron, è il caso di dire “tutto fumo…e arrosto”. Generalmente non amo ciò che ha bisogno di artifici tecnici visibili e la cui presenza risulta determinante per la riuscita di uno spettacolo, ma in questo caso gli elementi, seppur determinanti, sono essenziali e “puliti”. E d’altronde, cos’è un artificio tecnico? Se non un prolungamento di una intenzione?

Un corpo unico in scena, il nero del teatro, il bianco del fumo, il rosso del vestito di Charron e delle teste dei microfoni, un lungo bastone da traghettore e suono.

Chiedo a mio fratello cosa gli è piaciuto, tenendo conto della sua insofferenza rispetto al teatro e della semi-coercizione della sua presenza, e mi risponde: “la voce”. Sì, perché altro elemento determinante è la voce dell’attore, il suo ansimare il testo scritto da Jan Fabre. Sul leitmotiv “père, attends, attends”, si snoda una danza sconnessa, disarticolata, una richiesta di amore e allo stesso tempo di perdizione, intesa come volontà di portare l’altro (il padre, lo spettatore, se stessi) nell’abisso dell’arte o, se si vuole, della vita e della morte.

Charron/Caronte ci invita a seguirlo nel reiterato morso della carne e se per un attimo penso all’inessenzialità del rosso sul morso e sui denti, l’attimo dopo sono già dentro il gesto sconnesso del braccio, la piega del piede, la bellezza delle parole e la grinza della voce. E finalmente riesco a non battere le mani a teatro, perché il mio contributo, nel momento in cui qualcosa “mi prende” e mi trascina è l’ammutolire.

Molto tempo fa ci fu qualcosa che mi fece godere-gioire-tremare, in questa scatola chiamata teatro, da molto non ammutolivo davanti a qualcosa, a teatro. Si fa fatica a rendere umano o, all’opposto, essenzialmente extraumano e rituale, ciò che è l’ambiente teatrale di oggi ma forse c’è ancora uno spiraglio, nella inessenzialità e plastificazione delle strutture teatrali, dei festival, dei circuiti ufficiali.

Ciò che più mi seduce, che mi conduce a sé, è il tremore davanti alle parole, poche, dosate, e la precisione dell’immagine. E il corpo nudo, viscerale, senza difese dell’essere umano.

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