PER LA VOCE. MAJAKOVSKIJ I

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“Per la voce” è un bellissimo libro con tredici testi di Majakovskij e impaginazione e grafica di El Lisitskij, apparso nel 1923 presso le Edizioni berlinesi della RSFSR. Le immagini del libro usano rigorosamente due colori: il nero e il rosso, i quali si alternano, posizionano e inseguono intrecciandosi con le parole, dando ad esse senso plastico e sonoro.

Sin dal 1912 Majakovskij frequenta, oltre agli scrittori del gruppo del “budetljane”(cubofuturisti come Chlébnikov o Burljùk), pittori come Gončarova, Malevič, Tatlin, Bart, Chagall e una esperienza di reciprocità si instaura tra scrittori e pittori. Pittori che scrivono. Scrittori che dipingono.

burliuk, 1914 Burljùk

majakovskij Majakovskij

Esperienze che si innestano all’interno di un momento storico-artistico che predilige la screpolatura, la scomposizione in cui si arriva a scardinare non solo le immagini, attraverso l’ossatura delle forme e la loro re-invenzione in un territorio semantico altro, ma anche ad una scomposizione delle parole, approdando al cosiddetto linguaggio transmentale dello “zaùm” (Kručënych, Terènt’ev, Zdanevič…).

L’esperienza teatrale stessa di Majakovskij si situa all’interno di questa frattura visivo-poetica dando vita a un teatro in cui prolifera l’immagine esplosa, l’oggetto incontenibile, la parola polemica, il paradosso, la frattura dolorosa dell’esperienza personale e “il travaglio di moltitudini oppresse”. Ma questa è un’altra storia ed è una storia che comprende anche la passione cinematografica del poeta di Bagdadi.

per la voce Per la voce

“Per la voce” riunisce testi da leggere ad alta voce, non nel chiuso della camera ma lì dove circola aria intrisa di vite, dove si avvicendano passi, dove la gente tossisce, dove si stringono tra le mani bicchieri e si parlotta nell’orecchio del vicino. La pratica della lettura ad alta voce non è solo di una poesia espressamente politica ma appartiene alla parola, parola che è soffio e suono.

In questo momento in cui mi dibatto tra la ri-scrittura della parola e il silenzio, mi vengono incontro testi molto diversi l’uno dall’altro. Cristina Campo, Zanzotto, Said, Majakovskij. Perché Majakovskij? Perché, ora, Lisitskij? Nell’abisso spazio-temporale che questa domanda crea col suo stesso porsi, mi sembra doveroso riportare qui, nel biancore spettrale della pagina web, alcune delle poesie di “Per la voce”, augurandomi che la resistenza dell’esistente continui a manifestarsi anche attraverso la lettura condivisa e ad alta voce della poesia. Poesia che, svincolata dal segno scritto, assume la parvenza di un corpo che piano piano prende calore, col sangue che affiora alle labbra, e un suono di soffio caldo da tenere tra le mani.

maja-lisLisitskij, Amore marino-militare

Amore marino-militare

Vanno correndo e scherzando
il torpediniere e la torpediniera.

E, come una vespa si attacca
così lei si stringe al torpediniere.

E la felicità non ha fine
del portatore di mine.

Mettendosi gli occhiali, un riflettore
scopri la torpediniera in amore.

Una sirena cominciò a urlare
che c’erano navi sul mare.

A destra si lancia, a sinistra si getta
e fugge la torpediniera in gran fretta.

Ma il torpediniere fu colpito
a un fianco sul mare infinito.

Si leva sul mare un pianto sconsolato
è la torpediniera che piange l’amato

Dava forse fastidio alla gente
quel piccolo idillio innocente!

La nostra marcia

Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.

Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.

Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.

Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, da’ un arco
ai veloci corsieri degli anni.

Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!

Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come un tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.

Ma voi?

Imbrattai di colpo la carta dei giorni triti,
spruzzandovi colore da un bicchiere;
su un piatto di gelatina mostrai
gli zigomi sghembi dell’oceano.
Sulla squama di un pesce di latta
lessi gli inviti di nuove labbra.
Ma voi
potreste
suonare un notturno
su un flauto di grondaie?

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