La Carne (dal I al V terzetto)

“La Carne” è una raccolta poetica composta da nove terzetti. Nove parti, ciascuna parte parte secondo tre vie. Il numero della gestazione e della creazione che brucia, consuma, e rinasce. Si ricompone. Passaggio necessario per affrontare nuove porte poetiche nell’assalto dei giorni.
Ed è nella carne che questo ciclo trova la sua dimora e la sua perdita, la creazione così come l’abbandono.

Di seguito i cinque terzetti finora pubblicati singolramente nel blog con il titolo “A morsi la carne del cuore”.

La carne

primo terzetto

I
appare momentanea questa calma sete
chiama come se dovesse un giorno finire
portarla sempre, un innesto che dura
quanto dura la vita

è forse il sale che affiora alle labbra
che conduce la sete al suo divenire
corpuscolo in dote ai nervi del corpo
legati all’occhio che guarda

a lungo scavarono in tanti
dove non oso più dire
dove l’acqua col sangue concorda
alla vita, la vita o il morire

II
mia vita non più mia
tutta mi porti in disavanzo
resto del corpo da bocche stravolto
resto delle notti squadernate da amori
questo plurale che il cuore assale
e le ferite e le candide mani
le vostre smorfie
per non guardare
dove s’infittiscono i segni
dove i segni non sanno portare
mani che disegnano bordi
che stringono umori
che serrano labbra

inverdisco nei tuoi occhi
altro diviene in lento sfiorare
in questo nostro sdilinquire
un guizzo di lingua
richiama sangue nel cuore

le albe non sono sempre clementi
per chi offre carne all’amore

III
gettata sugli spasimi di un ultimo amante
con vela che solca e taglia sull’acqua
in onda il riflusso di questo spezzarsi
oh corpo che rimani quando la mente s’affranca

parole sussurrate da labbro a labbro
come fantasmi si apprestano in venire di forme
similmente a scalpello tu esegui, scolpisci
dissangui e inverdisci menzogne

se per atto e piega d’amore
furono dilavati i corpi disfatti
ecco, prendila a morsi
la carne del cuore

secondo terzetto

I
ogni cosa dischiusa al suo osceno
nulla intatto composto
se non lo stupore di tutte le cose
di noi farsi avanzo, umile resto

ciò che fu perso
lo trovarono in tanti
pezzo per pezzo assommato
ed esso rinvenne
procedeva per segni
ad avido ascolto affidato

degli amanti disfatti
rovistarono tutto
nulla rimase intoccato
del corpo nel corpo
degli intimi umori
rovesciato tra strada e selciato

II
scavato e all’osso arrivata
ridiedi alla terra i tuoi resti
lì dove sfiniti cercammo
sorsero orti

in nulla questo cercare
recide ogni strumento
atto al ritaglio dell’altro
figura amorosa

sono io che risiedo nel corpo
o già dormo nel corpo di un altro
nel bordo che porto e che offro
sfinito, il respiro

III
e poi avanzammo
lasciate le pietre e i tronchi divelti
lasciata la pelle
nuda cicala estiva
confusi nel salice, nell’odore dei pini
placati in ciò che risiede
a sé stesso bastevole
nell’opera di tutte le cose
consumati
come consuma la terra alla terra
come terra che dalla terra procede
avanzammo pietre dei campi
memoria, bianche ossa

terzo terzetto

I
dove portano queste tue parti
e l’osso che sporge dal petto
questo tuo ginocchio
e la piega tra ventre e coscia
tu al tuo corpo estraneo
casa di amorosi sensi
che ai plurimi sensi concede
la tua integrità stravolta
tu sei questa mano che avanza
e l’odore di pelle e di peli
tu sei la bocca riposta
e il mistero dell’occhio
e l’inceder dei piedi
di te non so più cosa amo
in questo mio effimero amare
non conosco che soli frammenti
come unica forma d’amore

II
le rose di Gerusalemme
fanno sangue e tu porgi il labbro
affinché anch’esso faccia sangue
e torni il suono alla bocca

i bambini della via dolorosa
volevano vendermi spezie
il mio sogno d’amore
era nel deserto

dammi bere
che solo le mani
furono offerte alla notte

tu, nella terra che ti è casa
hai di me le rose di Gerusalemme
labbra che fanno sangue
e mani che cercano il deserto

III
mai tutto intero
l’occhio stravolto nella luce
ha chiuso la palpebra
sulla tua spalla
sonno e sogno
e una festa d’uccelli

del loro fischio sbrigliato tra i rami
impazziti nello sbattere d’ali
la tua spalla sia un breve riparo

tu, che dentro scavi con voci esplose
tu, caldo fogliame
placa ancora per poco
degli uccelli la voce

quarto terzetto

I
queste sono ore impietose
sorde alla voglia e al tremore
all’avvento del desiderio
che tutta mi raggela

esse avanzano come squarcio
nel tessuto che consuma

il lento cucire dei giorni
a nulla vale, lo squarcio s’allarga
e tutta mi apre

un golem si disfa in queste notti
brucia con le stoppie della vite

II
se tutto ti tengo
trattenuto in gola
hai ordito un cielo bianco
dentro il mio corpo

come esso implode
ogni cosa a riempire
trabocca
e cavo mi fa il corpo

tu dai la misura del vuoto
dai luogo a cieli bianchi
davanti ai quali smarriscono i segni

III
principia come una fame
da una bocca celata allo sguardo
segnata, additata
e tutto il corpo la segue
cerca e tra le pieghe impazza
incurante di spini
delle rocce lungo la sua corsa
avanza, essa avanza
veemenza che gli occhi offusca

oh vergogna dei sensi
protesi al cedere in fretta
alla dolcezza di questo smarrirsi

quinto terzetto

I
poiché parlammo del piacere
divenimmo presto amanti
le parole tradiscono il corpo
ed esso si contrae
al segno che lo investe

tu risiedi nel corpo che esulta
e tutto lo slarghi e ne fai arco
sei ciò che nella carne
si perde senza fine

poco a poco a te vieni meno
nel ripetersi lento di questo venire

II
quando mi prendi tutta mi tradisco
lascio ad altri l’amore e tengo il corpo
al sentire impongo un solido comando
-non tentare neppure con un dito
di andare oltre le dita
verso l’obliquo del sentimento-

e se nella mano stringo la tua testa
o ancora la tua spalla, il tuo ginocchio
dico -esso null’altro è
se non tra corpi corpo-

allora ditemi cos’è questo male che avanza
che fa casa nel cavo e a cosa rimanda
perché ad ogni atto amoroso
qualcosa lacera e infiamma

III
mordi
a piccoli morsi mordi
ti offro la carne di teneri ibiscus
eccoli, appena sbocciati
offerti a lumache insaziabili
essi si disfano
mangiati nella notte
il rosa slabbrato delle loro carni
osceno spettacolo al venire dei giorni

nascondete, vi prego, ai miei occhi
gli ibiscus dei giardini

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