Edward Said, Orientalismo

edward Edward Said

Edward Said pubblica il suo “Orientalismo” nel lontano 1978. E’ un opera che ha i suoi anni ma che ancora oggi è capace di porre domande e dubbi sulla visione che ciascuno di noi ha dell’altro. Partendo da preziose critiche nei confronti di ciò che viene chiamato “orientalismo” Said interroga la costruzione di un Oriente contrapposto all’Occidente, come unico blocco indistinto da considerare come alterità in opposizione.
“L’orientalismo non è soltanto un fatto politico riflesso passivamente dalla cultura o dalle istituzioni, né è l’insieme dei testi scritti sull’Oriente, e non è nemmeno il frutto di un preordinato disegno imperialista “occidentale”, destinato a giustificare la colonizzazione del mondo “orientale”. E’ invece il distribuirsi di una consapevolezza geopolitica entro un insieme di testi poetici, eruditi, economici, sociologici, storiografici e filologici; ed è l’elaborazione non solo di una fondamentale distinzione geografica (il mondo come costituito da due metà ineguali, Oriente e Occidente), ma anche di una serie di interessi che attraverso cattedre universitarie e istituti di ricerca, analisi filologiche e psicologiche, descrizioni sociologiche e geografico-climatiche, l’orientalismo da un lato crea, dall’altro contribuisce a mantenere”. (E. Said, Orientalismo, pag. 21)

Said pone le basi del suo lavoro seguendo alcune indicazioni di due importanti pensatori, quali Foucault e Gramsci. L’uno per il concetto di discorso, l’altro per i concetti di egemonia e consenso e la necessità della pratica dell’inventario. “Da molti punti di vista, questa ricerca sull’orientalismo rappresenta uno sforzo per redigere l’inventario delle tracce depositate in me, orientale, dalla cultura il cui predominio è stato un elemento così importante nella vita di tanti orientali” (Ivi, pag.34)

Ciò che Said intende tracciare è uno studio sulle rappresentazioni dell’Oriente che hanno contribuito alla costruzione di stereotipi difficilmente estirpabili. “ Un aspetto del mondo elettronico, postmoderno, è il rafforzamento degli stereotipi a proposito dell’Oriente. televisione, film, e le risorse e i mezzi di comunicazione di massa in genere costringono l’informazione entro schemi sempre più standardizzati. Per ciò che riguarda l’Oriente, la standardizzazione culturale ha aumentato l’efficacia della demonologica accademica e artistica ottocentesca dell’Oriente misterioso. E in nessun caso ciò è più vero che nella percezione del Vicino Oriente. Tre fattori hanno contribuito a rendere iperpoliticizzata, a volte sino a sfiorare il fanatismo, la percezione del mondo arabo e islamico: in primo luogo, l’esistenza di antichi pregiudizi (…), in secondo luogo, l’urto storico tra nazionalismo arabo e sionismo, con i suoi profondi effetti sulla influente minoranza ebraica degli Stati Uniti, e sulla popolazione americana in genere; in terzo luogo, la quasi totale assenza di una solida prospettiva culturale che potesse consentire una certa comprensione del mondo arabo-islamico, e una discussione più obiettiva dei suoi problemi. Inoltre, non è difficile capire come, venendo il Medio Oriente così spesso coinvolto nella competizione tra le superpotenze, nel problema degli approvvigionamenti petroliferi, nella dicotomia semplificata di un Israele democratico e amante delle libertà contrapposto a popoli arabi cattivi, totalitari e dediti al terrorismo, le speranze di un dibattito realistico intorno a tale area geografica siano purtroppo assai remote. (…) L’influenza del razzismo, degli stereotipi culturali, di una ideologia imperialista o disumanizzante nei confronti di arabi e musulmani è assai forte, e con essa ogni palestinese deve fare i conti, come un avverso destino.”(Ivi, pag.35)

Il testo di Said è assai denso e si snoda attraverso rappresentazioni dell’Oriente elaborate attraverso testi letterari, report di scopritori, testi di sociologi e tanto altro materiale che ha contribuito a creare un immaginario dell’Oriente nell’Occidente, non scevro da implicazioni politiche di profonda entità laddove avviene “la trasformazione dell’esatta, professionale scienza dell’orientalismo, la cui funzione nella cultura dell’Ottocento era stata il recupero di una parte perduta dell’umanità, ma che nel secolo attuale era diventata sia uno strumento politico, sia, fatto ancora più importante, un codice tramite l’Europa poteva interpretare se stessa sia l’Oriente. (…) l’orientalismo portava già in sé la grande paura europea dell’islam, e ciò fu aggravato dalle sfide politiche del periodo tra le due guerre. Quello che voglio sottolineare è che la metamorfosi di una specializzazione filologica relativamente innocua nella capacità di affrontare movimenti politici, amministrare colonie, fare affermazioni quasi apocalittiche sulla difficile missione civilizzatrice dell’uomo bianco, avveniva nell’ambito di una cultura che si definiva liberale e vantava una lunga tradizione di cattolicità, pluralismo e apertura mentale. In realtà ciò che si verificò era in aperta contraddizione con i principi liberali: il cristallizzarsi di dottrina e significato, forniti dalla “scienza”, in “verità”; perché se quella verità si riservava il diritto di giudicare l’Oriente così immutabilmente orientale come ho indicato, allora la libertà non era altro che una forma di oppressione e pregiudizio. (Ivi, pag. 251)

Cosa direbbe oggi Said rispetto a tutto ciò che sta succedendo in questi giorni? Laddove ad una ingiustificabile esplosione di violenza si assiste ad una altrettanto ingiustificabile iposcrisia di uomini politici? (come Nethanyau contro..il terrorismo?)

Credo che la traccia da lui lasciata sia molto importante per comprendere, anche se in piccola parte, ciò che sta ampiamente accadendo nei nostri giorni. La televisione italiana è profondamente razzista come lo sono alcuni programmi e servizi televisivi. Non c’è giorno che non si fomentino odio e paura, esulando da un tentativo di spiegazione e di conoscenza.

La violenza è la mia più grande paura, perché la riconosco profondamente in me, e non giustifico nessun atto che con essa abbia a che vedere ma la condanna delle cose da sola, non può avere nessun risvolto se non il perpetrare di un ciclo di violenza.

In una citazione da B. Disraeli, nel testo di Said c’è scritto: “L’Est è una carriera”. Pochi giorni fa, prima che mi ammalassi, ero andata a vedere il film “Il leone del deserto” realizzato nell’anno della mia nascita, 1981, da Moustapha Akkad. Nel film, colui che interpreta Graziani, all’epoca comandante delle truppe italiane in Libia, ad un certo punto dice qualcosa di simile “La Libia è una carriera”. Il film sarà anche parziale ma questa parzialità offre una differente visione di quello che, ancora oggi, è il tabù delle imprese coloniali italiane in terra d’Africa.

t_concentramento Campi concentramento in Libia durante la colonizzazione italiana

Cito questo film accanto all’opera di Said per evidenziare come la storia è fatta di molteplici punti di vista e che non possiamo continuare a pensare che esista una verità sulle cose univoca ed eurocentrica. Le cose oggi si sono fatte ancora più delicate e fragili, tutto sembra poter saltare in aria da un momento all’altro.

In questo fragile meccanismo che chiamiamo esistenza, poggiato su di un equilibrio sempre più precario, potrebbe essere utile, tra le altre cose, comprendere i meccanismi che hanno a che fare con lo stato odierno delle cose del mondo. Cercando di capire cosa vuol dire Said con una paragrafo come questo: “In giudizi precedenti, notiamo subito che “l’arabo” o “gli arabi” sono descritti come una collettività a sé stante, ben definita e priva di contraddizioni al suo interno, e nessuno spazio è lasciato al singolo individuo e al racconto personale”.(Ivi, pag. 227) Come in questo caso, definire in un blocco unico diverse comunità di persone, molto differenti l’una dall’altra, non abbia portato a nulla di positivo.
Cercando anche di comprendere un passato coloniale che ancora brucia e come si muove l’odierno colonialismo nell’epoca della globalizzazione.

Concludo nel suggerire la lettura completa di “Orientalismo”, dato il parziale accenno che qui si riporta. Ciò che infatti mi pare lodevole da parte dello studioso è quel tentativo di inventario prima accennato che deve ancora essere sviscerato e approfondito. Non si tratta di saldare una profonda spaccatura aperta fra i popoli, ma di tessere le maglie per una comprensione che ha bisogno ancora di molto tempo in un momento storico in cui il tempo sembra non esserci. Dove la violenza sembra l’unica risposta dell’umano all’umana insofferenza.

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