Danio Manfredini, il pretesto di un ritorno

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Dopo molto tempo torno a vedere uno spettacolo in teatro. Manco da un teatro “classico” da ancor prima di settembre. Vi entro per vedere uno spettacolo di Danio Manfredini.

Il teatro in questione è il teatro Kismet, a Bari. Entro nel primo teatro che mi ha accolta molti anni or sono, perché lì ho iniziato con Carlo Bruni e il professor Farese. Carlo Bruni e Kafka mi hanno fatto amare il teatro. Ancora dentro si agita un testo che Carlo ci fece leggere tanti e tanti anni fa e che ripeteva insistendo: “Kote Kote brucia”. Ma quel teatro che aveva un fascino così particolare per me, dove ho conosciuto persone preziose, quel teatro- come luogo espressamente fisico- non mi affascina più. Non nel modo in cui lo ritrovo.

Da molto tempo non riconosco o meglio, non mi riconosco, in ciò che mi circonda. E’ probabile che io faccia parte di quelle persone che non si adatteranno mai alla condizione presente dell’esistente nelle sue forme “rivelate”, ma ciò di cui parlo fa parte di una sfumatura dell’esistente. O ancora, è forse cambiato il modo in cui considero il teatro, dopo tanti anni di lavoro, un lavoro fatto di innumerevoli incontri ma essenzialmente lontano dai circuiti ufficiali e ufficiosi del “teatrese”.

Perché andare a teatro? Cosa vai a guardare a teatro? Ti piace farti guardare in attesa che le luci si spengano? Sei pronto a giudicar e criticare ciò che accadrà sul palco? Partecipi o fai parte di un pubblico distaccato? Quanti spettacoli vedi in un anno?

Domande, come ci insegna a porle Julian Beck e non solo.

Le quinte, il palco, le luci, la distanza che separa la scena dalle persone, la bravura tecnica, l’applauso. Non riconosco l’odore e la bellezza della rosa. Sono cambiata io? O la poesia mi torce i polsi?

Dario Manfredini è indubbiamente bravo, il suo segno è chiaro, tra il comico e lo struggente vedo Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete muoversi sul palco cercando di interrogare, necessariamente ancora una volta, il mestiere dell’attore. E anche se in quella tipologia di attore non mi ritrovo, riconosco il valore di quella interrogazione e ringrazio in cuor mio il lavoro di questi due artisti e la loro tenacia.

Eppure sento una distanza che mi divora. Come se tra il palco e le sedie del pubblico si spalancasse un abisso ed io vi ci fossi finita irrimediabilmente dentro. La compostezza di tutto l’ambiente mi lascia forse disorientata. Cosa avviene sul palco? E cosa tra le sedie di chi guarda?

Cosa cambia nella mia vita? Nella mia percezione delle cose? Cosa riesce a farmi mettere in discussione ciò che vedo? Quanto mi sporco le mani? Cos’è la noia?

Non voglio omettere inoltre la questione economica. Il biglietto “normale” per andare a vedere uno spettacolo al teatro Kismet è di euro 20. Fortunatamente, una benedetta promozione arrivata da Visioni di Parte (Qualibò) mi aiuta a scavalcare la difficoltà economica. D’accordo, il Kismet deve vivere e con esso tutto ciò che c’è dietro, sotto, sopra e a lato ma 20 euro sono pur sempre una cifra considerevole per un amante squattrinato.

Esco da teatro un po’ confusa. Senza nostalgia, con un desiderio di plasmare la materia nonostante l’aridità che mi circonda ed è ad un passo da toccarmi i piedi e rendermi di sabbia come la moglie di Lot. Vedo una distesa di macerie e frantumi ma vedo sotto di essa un qualcosa che continua a bruciare. Forse hanno acceso fuochi nel deserto, forse Kote Kote brucia ancora per dirci che l’umano e ciò che di esso avanza, resiste.

Difficile dirlo, in questi tempi bui. Torno alla poesia che mai come in questi tempi bui, m’è parsa più necessaria come ora.

“Perché questa
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questa nascita
mai fondo questo squallido prodigio,
no non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile,
sospinto nella vita.
(Andrea Zanzotto da “Ineptum, prorsus credibile” in “Vocativo”)

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2 pensieri su “Danio Manfredini, il pretesto di un ritorno

  1. certo Gianni, altrimenti non contonuerei a farlo! Solo, talvolta, ci sono situazioni un pò limitanti e difficoltà molto grandi da affrontare dal punto di vista di chi lo pratica. Ma tant’è che siamo cocciuti 😉

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