CRONISTORIA DELLA GENESI DI UNO SPETTACOLO POETICO_ALIMONO

CRONISTORIA DELLA GENESI DI UNO SPETTACOLO POETICO_ALIMONO
I: gennaio, 5 6 7, 2015

kounellis Jannis Kounellis

Premessa
Alimono nasce col soffio di una parola greca, nasce col soffio della parola e con l’incontro degli occhi e delle mani. Il tentativo che qui sta prendendo forma è di mettere in scena la raccolta poetica di Chiara Catapano, Alimono (http://lacasadicartapapirnatahisa.wordpress.com/2014/11/23/chiara-catapano-alimono/#_ftn1) . ͢ Alimono: espressione greca che significa “ahimè” o “guai a…”.

Il lavoro per Alimono è iniziato già alcuni mesi fa e riprende in questi giorni di inizio gennaio. Il progetto teatrale viene dall’incontro di tre persone, tre artisti: la poetessa, Chiara Catapano –curatrice dei testi-, l’attrice e scrittrice, Iula Marzulli –curatrice della regia- e il musicista e attore, Gaetano Fidanza –dedito all’audio e al sonoro-.

Il desiderio, celato nelle parole qui scritte, è quello di curare due linee parallele, una nutrita dall’altra, una che all’altra si intreccia: una è la messa inscena di Alimono, l’altra è la scrittura del processo che porterà alla messa in scena. Se riuscirà ad essere ultimata. Tutto si consuma in questi giorni senza compromessi, giocando tutto il possibile affiancato da una scrittura di note, riflessioni, appunti.

Un passo indietro
Sono passati mesi da quella domanda, da quando Chiara mi chiese di mettere in scena le sue poesie. Chiara, conosciuta grazie alla pittrice Jara Marzulli, mi propose col sibilo di un vento leggero, di “performare” i suoi testi ed io con la stessa leggerezza risposi di sì.

All’epoca lavoravo presso la compagnia Astràgali di Lecce e non avevo tempo di fare nient’altro che non fosse il lavoro per la compagnia, a cui, con i miei compagni abbiamo dedicato ogni singolo minuto. Fu dunque un azzardo. Un azzardo che preannunciava un estremo mutamento e l’aprirsi di una faglia.
Quel sì, allora leggero e inconsapevole, aveva il peso delle tempeste e dei grandi stravolgimenti.

Non conoscevo la scrittura di Chiara. Recuperai leggendo avidamente la raccolta che mi aveva proposto. Alimono non è una raccolta semplice per la densità della vita che vi è dentro, per gli innesti, per il tessuto poetico che la sostiene. Per me non furono testi immediati. Avevano bisogno di cura, pazienza e di attente riletture. Dovevo trovare la chiave e questa fu trovata non appena il suono delle parole prese spazio nelle nicchie del mio corpo.

L’attore può questo, lavorando con i testi, può sentirli e incarnarli. Dopo molte letture, non subito, la chiave ha aperto la serratura che mi teneva distante dai versi. E Alimono non mi lascia.

Il passo successivo è stato quello di coinvolgere Gaetano Fidanza, mio compagno di lavoro e musicista, per affidargli l’aspetto audio-sonoro del lavoro. “Audio” ha un riferimento nella cura sonora complessiva della traccia audio dello spettacolo mentre “sonoro” si riferisce alla ricerca e alla cura del suono all’interno della preparazione della traccia.

Nonostante lo sfiancamento emotivo e lavorativo, e la profonda spaccatura che si apriva davanti a noi, Gaetano scelse di misurarsi con il lavoro proposto. Con lui abbiamo lavorato sulle tracce, registrando i testi e innestandovi suoni e citazioni sonore, cercando un incontro tra la sensibilità di Chiara, espressa dalle poesie, la mia e la sua di musicista e attore.

Dopo una sottrazione poetica attenta e cauta e un lavoro audio-sonoro quasi ultimato, mi accingo alla cura della messa in scena che vede il mio corpo come unico corpo attoriale nella gestione di immagini e innesti sonori.

Da questo punto riprende il lavoro

I giorno
Il primo giorno è un ponte tra la notte e il mattino che inauguro con l’ascolto di Alimono. La prima casa laboratorio è la casa di Gaetano ed Eleonice a Cavallino (Lecce). Prendo dimestichezza con le poesie ascoltando la traccia audio terminata da Gaetano. Il termine “terminato” non è ancora appropriato perché ci siamo lasciati con una continua possibilità di rilettura e di apertura a eventuali mutamenti, necessari alla messa in scena.
Dobbiamo essere duttili, plasmabili se vogliamo che l’incontro prenda una forma compiuta.

II giorno
muta, mi sono ritrovata muta e inerme davanti alla traccia audio che abbiamo prodotto. Ed io cosa sono? Ho come la sensazione di volermi sottrarre o come se il mio corpo non fosse che un veicolo per la concretizzazione di immagini da mostrare durante la messa in scena.

“Mettere in scena”. Cosa vuol dire questa parola? Che densità di significato essa porta con sé? La scena, lo spazio che si prepara alla vista altrui. Azioni, parole, movimenti, gesti, oggetti…come preparare un pranzo, ogni cosa è al suo posto. skené-lo specchio**

Lo specchio, ecco una parola che molto spesso ricorre nei testi di Chiara e che ha a che fare con la luce e l’idea di bianco che suscita, qualcosa che, come i suoi versi suggeriscono, ha a che fare con l’accecamento, il sole, il bianco, la calce. Accecamento o accensione/ascensione.

L’idea di uno sguardo che tocchi, quasi come la materia non finisca mai e fosse sempre presente dall’occhio all’oggetto guardato. Chiara dice “La tua vista ha polpastrelli che mi auscultano”. Io rinserro “che mi ascoltano”. Aggiungendo al tatto e alla vista l’udito.

Anche la materia mitologica contenuta nei versi di Chiara è come un cordone che mi lega al mio recente passato lavorativo. Si lavora affinché consumandosi del tutto il cordone possa continuare a nutrirti.

Quodlibet-il passo tra un suono e l’altro è così breve
eppure nella maglia tenera che infittisce la tua pelle
si sta consumando il tempo
o forse è come un vuoto, di cui
non potremo avere contezza se non con la vertigine
dello smarrirsi e dell’infine perdersi

questo accade nel dono estremo della recisione
che con tenacia masticando consuma il tempo
per riedificarlo ancora e ancora

Adesso che sono qui per pochi giorni, mi dedico ad uno studio del testo più serrato, ponendo alcune domande a Chiara e cercando nei suoi testi quelle immagini che possano aprire la molteplicità dei sensi e smuovere la tattilità dello sguardo.

La mia vita entra prepotentemente nella vita di Alimono. Fare tabula rasa è l’illusione

III giorno
Continuo ad ascoltare la traccia che ha una sua vita, una sua propria densità. Mi chiedo cosa poter far schiudere agli occhi che non sia ridondante o addirittura dannoso per l’ascolto delle poesie e dei suoni. Ciò che deve emergere deve essere assolutamente minimale e necessario o almeno così io lo “vedo” o meglio, inizio a vederlo.

Alcune note sui testi stanno già prendendo forma. Parole ricorrenti, immagini e una esplosione di luce, o comunque ancora bianco e terra.

Mi pare, quello di Alimono, un tempo sospeso, sospeso nell’ascolto. Sono parole che lavorano dentro piano e che piano si sedimentano. Sì, sedimento, “resto”, avanzo, ancora una volta. Anche qui.
Cosa rimane? E’ come se da ogni poesia venga spremuto qualcosa, è come se ogni testo fosse un seno strizzato tra le mani, e l’essenza, quel latte –ancora una volta bianco- ne venisse fuori.

E’ un lavoro delicato, quello di Alimono,che ha la stessa qualità del silenzio.

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