Celan o il ritorno della calendula

iu
succede nella vita che tutto sembra improvvisamente fermarsi
è una paralisi della comprensione, una deviazione temporale, una spaccatura del cuore, che, se pur necessaria, porta una proiezione di te totalmente distorta, sradicata, falciata all’interno dell’esistente
ed io, dunque, chi sono?                     la calendula è spuntata come una compagna lungamente attesa tra i solchi dei terreni e tra le pietre, essa già lungamente vi dimorava ed ecco che i miei occhi ne realizzano la presenza solo in questi giorni di perdizione
quando ogni cosa viene a mancare, quando ciò che vedi negli occhi delle persone che incontri, nel ridere sfrenato, nel silenzio, nel contatto dei corpi, nel semplice respiro, ogni cosa, diviene irriconoscibile
persino le linee delle mani che per ben tre volte predicono la tua morte

piccoli rituali possono per un attimo attecchire lì dove ha fatto dimora lo smarrimento
lasciare che il corpo vada “fino alla stanca” in una corsa senza direzione, guidati solo dalla lungimiranza dei muscoli, dal suono degli uccelli, e dal verde fresco dei nuovi steli
riattivare una manualità che si riappropria di un pensiero dedicatorio, una sorta di dono del gesto, dell’atto e non dell’oggetto
o tornare a leggere alcuni passi di opere che hanno segnato il tuo percorso in modo assoluto, e riscoprire ancora quale forza hanno quelle parole e l’immaginario da quelle parole aperto

eppure nessuna parola può dire del vuoto che fa dimora. nonostante ciò si continua a scrivere, a sostenere la parola poetica, a lavorare per un atto performativo che dia forma al dolore o alla piccola gioia che ci abita

per quel poco che conosco delle vicissitudini delle nostre esistenze, il filo che separa la resa dalla resistenza è talmente sottile da farmi sentire le vertigini
vertiginoso è il salto, il tuffo, il lancio, l’abbandono, lo slancio, lo spiccare, il distacco
ed ecco torno per un poco a Celan, compagno delle notti senza sonno in una Parigi ormai lontana, compagno delle notti dove cominciai a non credere alle parole, compagno delle notti in cui l’amore metteva assieme al dolciastro delle rose, il protendersi lacerante delle spine
torno per poco a Celan so che i miei compagni capiranno e forse chi ancora non conosce pian piano apprenderà i ritmi, i silenzi, le parole
serve -un lungo cammino nel deserto. serve -un lungo cammino nel deserto

Con tutti i miei pensieri me ne andai
fuori del mondo: lì eri tu,
tu mia Levissima, mia Aperta, e-
tu ci accogliesti.

Chi
dice che tutto ci svanì
quando l’occhio ci si infranse?
Tutto si destò, e prese inizio.

Venne natando, grande, un sole,
l’affrontarono, splendide e chiare,
anima ed anima, con imperativo silenzio
al sole prescrissero la traccia.

Leggero
ai aprì il tuo grembo, tacito
si levò nell’etere un soffio,
e ciò che si fece nube non fu forse,
non fu figura e da noi spiccato
non fu forse
qualcosa come un nome?

La poesia di Celan, tradotta magistralmente da Giuseppe Bevilacqua, fa parte della prima sezione della raccolta “La rosa di nessuno”.

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Un pensiero su “Celan o il ritorno della calendula

  1. “ecco che i miei occhi ne realizzano la presenza solo in questi giorni di perdizione
    quando ogni cosa viene a mancare, quando ciò che vedi negli occhi delle persone che incontri, nel ridere sfrenato, nel silenzio, nel contatto dei corpi, nel semplice respiro, ogni cosa, diviene irriconoscibile
    persino le linee delle mani che per ben tre volte predicono la tua morte” come ti capisco..a me e’ successo di notare un campo di Narcisi Profumatissimi in questi gg di suspence..Ti voglio bene ❤

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