FRIDA KAHLO E LA RESISTENZA DEI CORPI AMOROSI

la mia balia e io (Mentre sto poppando) 1937
F. Kahlo, La mia balia e io (Mentre sto poppando), 1937

quien sabe lo que pase de aquì a entonces

Pochi giorni fa, una amica, ci ha chiesto di preparare un piccolo intervento teatrale all’interno di una rassegna, organizzata in concomitanza di una mostra che si tiene nei luoghi sperduti di Adelfia. Luogo dal fascino residuale, che ho sempre trovato decisamente poco attraente. Di quel fascino residuale appena detto, Adelfia ha un castello in rovina nelle cui sale mi sarebbe sempre piaciuto preparare conviti, teatrini mobili, letture accompagnate da vini pregiati; presso le cui mura mi aggiravo senza mai essere riuscita a superarle. Anche il centro storico di Montrone ha una sua voce rispettabile, un suo piccolo segno. Ma non andrò oltre questo.

Questa richiesta significherà qualcosa, mi sono chiesta per capire dove il mio consenso voleva portarmi. E mi ci sono addentrata. La richiesta aveva un’unica coordinata: “qualsiasi cosa tu scelga deve avere relazione con la storia dell’arte. Un aneddoto, una storia, un quadro”. Un qualcosa di affrontabile, realizzato con poco tempo ma che abbia un suo portato di rispetto.

Una donna o più donne, ho subito pensato. Scritture di artiste. Sì, va bene ma non dei nostri giorni. Va bene, ma escludiamo Artemisia Gentileschi o Frida Kahlo perché troppo conosciute, perché già mi ero imbattuta in loro (vuoi per mia sorella, vuoi per altro), perché perché perché.

Sono così sfilati vari nomi di cui però non avevo scrittura. Rosa Bonheur, Camille Claudel, Berthe Morisot, Mary Cassat, Käthe Kollowits e altri nomi di donne, di cui mi colpiva un aspetto: il travestitismo. Ma nulla, c’era qualcosa che bloccava l’accesso. Come un grosso scoglio che mi divideva da queste donne.

Decisamente era ora di prendere aria e andare in qualche libreria. Sfogliando i vari libri nella sezione arte, non vedo che libri di/su uomini. Pochi, pochissimi su artiste e quasi nulla scritto da artiste.

Poi una vocina mi suggerisce “Lettere Appassionate” di Frida Kahlo, in Carte d’Artista della Abscondita. “Eh no! Mia cara vocina, Frida Kahlo l’avevo esclusa a priori”. Ma con in mano il libro di Pollock, quello di Mirò e quello di Kahlo, ecco che l’ultimo comincia a chiamarmi. I libri non hanno pudore. Parlano, incantano, “guadagnano l’animo” di chi legge.

Lettere appassionate è un piccolo viaggio nel mondo di una persona e di una artista. Ci sono lettere private, testi pubblicati quando Kahlo era in vita, un breve estratto del diario e altre piccole cose. Ciò che traspare dalle lettere è la piccola vita quotidiana di Khalo e chi cerca in un libro dalle sfumature biografiche, l’intimità del pettegolezzo o la retoricità dello svenevole, rimarrà deluso. Quello che da queste pagine trasuda è una bellezza e una forza che si esprime attraverso parole che sanno l’atto pittorico. Anche qui, nel testo scritto. L’amore, la malattia, l’esistente, tutto confluisce nell’esperire della pittura. E’ una resistenza. La resistenza di Frida Kahlo, che ci appartiene, se la sappiamo riconoscere.

A questo molte cose si intrecciano ed emergono. Come le tracce di una terra, il Messico, che torna insistentemente tra parole: “il Messico è, come sempre, disorganizzato e in ginocchio. L’unica cosa che gli resta è la grande bellezza del paesaggio e degli indios. Ogni giorno la parte odiosa degli Stati Uniti gli ruba qualcosa: è una vergogna, ma la gente deve pur mangiare ed è inevitabile che il pesce grosso mangi quello piccolo.” Un Messico amato ma anche detestato.

Autoritratto-al-confine-tra-Messico-e-Stati-Uniti-Frida-Kahlo-1932
F. Kahlo, Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti, 1932

Emerge anche la relazione con gli artisti, come quella con i surrealisti francesi: “Mi consideravano surrealista ma non è vero. non ho mai dipinto sogni. Quel che ho raffigurato era la mia realtà”.
E tanto, tanto altro come l’esperienza di un corpo femminile martoriato ma profondamente amoroso, espresso in una nudità di colori, segni, squarci, figure bizzarre e duri, durissimi chiodi. “Per dieci anni il mio lavoro è consistito nell’eliminare tutto quello che non nasceva dalle motivazioni interne che mi spingevano a dipingere”.

Un’opera di eliminazione, di sottrazione estremamente necessaria all’emersione della bellezza.

Le parole delle pittrici e dei pittori sono talvolta necessarie. Kahlo scrive ripetutamente nelle lettere che lo scrivere non è propriamente il suo mezzo di espressione ma noi le siamo grate e grati per aver lasciato tracce del suo scrivere. Anche piccolo, come questo invito scritto dalla pittrice nel 1953 per una sua personale presso la Galleria di Arte Contemporanea di Città del Messico:

Con amicizia e affetto
che nascono dal cuore
ho il piacere di invitarti
alla mia umile mostra.
Alle otto di sera,
l’orologio di certo l’avrai,
ti aspetto alla Galleria
di Lola Alvarez Bravo.
E’ in Calle Amberes 12
e l’ingresso è sulla via
così non ti puoi perdere
perché sarebbe scortese.
Voglio solo che mi dica
la tua opinione sincera.
Sai leggere e scrivere,
hai cultura si gran classe.
Questi quadri che ho dipinto
con le mie stesse mani
attendono alle pareti
di piacere ai miei fratelli.
Bene, amico caro:
con amicizia sincera
ti ringrazia di cuore
“Frida Kahlo de Rivera”.

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