San Trifone o della banda fantasma

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San Trifone era un ragazzo quasi come tanti altri. Venne ucciso durante le persecuzioni di Decio per la sua fede cristiana non rinnegata. Pare fosse di Lampsaco, vissuto tra Grecia e Turchia. E in Turchia –ahi, Turchia!- fu decapitato, precisamente a Iznik (Nicea). Il suo corpo, come molti dei corpi di coloro che erano ritenuti santi, venne trafugato da simpatici marinai veneziani che non poterono proseguire il viaggio in Italia. Si fermarono a Kotor (nell’attuale Montenegro) per una tempesta. I mercanti veneziani, non scoraggiati dall’imprevisto temporale, non persero tempo e vendettero le ossa del santo a un nobile del posto. E qui le sue ossa rimasero. Per poco. Le traslazioni, si sa, sono storie infinite e non sempre facilmente rintracciabili.

Cercavo notizie sul santo perché mi ritrovo a tornare nel paese in cui ho vissuto la mia adolescenza, proprio nei giorni in cui si festeggia San Trifone. Già, il ragazzo decapitato è anche il santo patrono di Adelfia.

Non c’è scritto molto sulla vita del santo ma è largamente venerato anche nella cultura ortodossa.

san trifone

Pare fosse un contadino o un custode di oche, che facesse miracoli già da piccolo come la guarigione della figlia di Gordiano III, ossessionata da Satana. Non ci sono oche, nella rappresentazione di San Trifone delle statue adelfiesi ma c’è un abito militare. In rete ho trovato solo un brevissimo cenno al passato militare di San Trifone. Per il resto ritrovo sempre oche, volatili, campagne, possessioni.

Iconograficamente, sono sempre stata affezionata al quadro di Carpaccio che raffigura il piccolo santo che dialoga tranquillamente con il basilisco, una delle forme mostruose di satana, appena fatto uscire dal corpo della figlia dell’imperatore.

Poche notizie su questo santo bambinetto, il cui culto è in questi giorni celebrato nel paese dei fuochi d’artificio. Personalmente, della festa patronale, non ho un ricordo appassionato. I fuochi di artificio mi snervano, l’odore di agnello che impregna l’aria tra il 9 e l’11 novembre mi provoca una forte insofferenza, detesto vedere i pesci nelle buste di plastica in mano ai bambini e le giostre mi mettono una tristezza infinita.

In questa che, a prima vista potrebbe essere una tragedia adolescenziale rimossa, c’è però qualcosa che ho sempre amato e il cui passaggio avviene anche prima di questi giorni festivi.
Nelle notti adelfiesi insonni di tanti anni fa ad un certo punto della notte, dal buio delle strade deserte si ascoltava una musica che diveniva sempre più vicina. La musica di una piccola banda che la notte faceva il giro del paese suonando. Una musica indimenticabile che sarebbe bello in qualche modo poter avere.
Non fu facile per me accettare la natura reale di questa musica. Per anni avevo pensato che quel suono fosse qualcosa che solo io sentivo nella notte e venisse da chissà quali profondità esoteriche e oscure. Solo quando vidi la piccola banda passare sotto le mie finestre, scoprì una parte di verità, legata a questa musica notturna.

La banda suona ancora la notte. Ieri notte l’ho sentita mezza intontita dal sonno. Ed è sempre la stessa sensazione, lo stesso riverbero interiore che scuote e ti lascia stordita ascoltando le vibrazioni sorde provocate da questo stesso scuotimento. E immagino questi pochi musicisti avvolti nella notte nera di Adelfia camminare, nel nero e nel bianco delle divise. Camminare.

Altra immagine quella della cassa armonica che con le luminarie diventava il fulcro della festa patronale. La cassa armonica che resta per me una struttura fortemente affascinante, simile ad un seno tornito svettante verso l’alto ma assolutamente sazio della propria terrena rotondità.

E dunque, al santo decapitato, al ragazzino delle oche e dei colloqui intimi con il demonio, un saluto notturno. E un invito: chiunque abbia la musica di questa banda notturna si faccia vivo.

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