Raccolta_La costola di Adamo

questa raccolta nasce circa cinque anni fa, sperimentando un suono differente attraverso una lingua sonora in cui non c’era nulla di filologico ma solo un suono che veniva dal dentro e che così voleva essere detto. Questa è una trascrizione in italiano, anch’essa fatta circa cinque anni fa, in cui sono rimaste alcune parole-sedimento come traccia di qualcosa che fu

La costola di Adamo

La Caduta

misera
misera stare
misera e sofferta
in solcata, divelta
misera in donna
donna che slabra al vacilla

ortale dei desideri
opaca figura e rimando
scritta e dilavata
da te in presenza

osmosi in unguento
unguento che madica e stormisce

misera in festa
darti smago
smago per liberarti
per farmi casa
nel buco più fitto della terra
davanti all’ immagine tua
da te librarti, toccarti
cominciare dal fondo

la notte
quella che è la più nera
in pelle nuda
in odore di terra umida
nel cercare la radice
trovare il corno dell’alce

senti come nitrisce
il cavallo nella sola terra
dove tutto s’informa
più luna e stagno
più tronco e corteccia
di quella divelta
che calpesti nell’atto di andare

dove vai
tu bianco
pulito
perfetta immagine
dove vai
torna
torna

gli altri, dove sono
a mangiare rovine
a pescare in quello stagno che sai
gli altri che vivono di luce
io lavoro nel buio
cerca chi accenda una luce
piccola
che scaldi
che faccia riemergere

che resista forte
che resista come formica e albero
da non credere così forte

ma chi mi scalda
che dirti
che non c’è più nulla di me
di questo spettro

faranno rivoltare la tua idea di paradiso
idea di padre
di madre
di dio
ti porto nel fondo
alla ricerca di un fiore
che non è rosa

è fiore che parla
che a te dice
che non teme disgelo
che tiene del cristallo
il segreto

chi dice la parola
è a te legata
se non fosse invece
sinfonia del tutto
dell’ancia come della faretra
e forme intoccabili ma presenti

scorticarla, questa parola
scorticarla
aprirla fino al fondo

s’arrossa questo tempo nero
nero e ricchissimo di tutte le lacrime
un fremito che non fa star fermi
mai
dopo il tuo andar via
spingere e spingere
per trovar qualcosa
come una lucina che illumini tutto
un tutto insopportabile da tenere
se non lo vedi a poco a poco
da stringer financo
uno spavento che apre gli occhi
che ti fa vedere
nel fondo della notte

ma prendi
prenditi pure la costoletta

che urla
urla

dentro al cuore di una mattina ingrigita
cercando ancora una parola
qualcosa che s’avvicini alla terra
in questa visione di immagini floride
il lieve tocco
dove sostanza non tremula e parla
dove più semplice il dirti
di questo sprofondare di fossa in fossa
di impossibile amore
di sfaldamento di terra e petali
non luminosa
non umida
ma secca secca

oh costoletta, costoletta
ultimo laccio paterno
fustella o fascina di ossi
dell’amante da non dire

come si sta bene in questo cavo
caldo centro di terra
caldo di lacrime disumane
come se ci fosse ancora bisogno

costoletta parlami
costoletta non lasciarmi dentro

o sono così avanti
da non vederti più

qui nel fondo
tutto è precipitare
il senso delle cose e del dolore smorzato
evanescente

ricordi chi sei
ricordi l’ultimo sorriso del giorno

nel fondo al riparo dai ricordi
al riparo dai volti amati
dove lacrima tutto offusca
dove tutto è terra
terra e mani
terra e bocca
terra e parola
terra secca, arida

che una parola cerco
che possa, costoletta

frantumarci

Il Talamo

manca un’ora, due
fossero anche quattro
mi prende il tremore
di tutto il corpo che tutto scorda
in fretta

così in fretta amore mio, da non credere
una mano ha spazzato via
divelto l’ultima radice

ma dimmi, dimmi
si può ancora vivere senza credere

parola d’amante
parola da non sentire
che strazia le carni e smangia gli occhi
occhi
e bocca a te rivolti
tempio della passione
ricerca della certezza
il mallo e la noce
l’animella di queste notti tutte da rifare

come di casa
di luce
di mano

mano che tracci e ritracci fino alla stanca

avvolgersi di questo nero non si può

solo per un attimo
credere sfrondate
nude tutte le cose
e i suoni
come passeri di ramo in ramo
tutti baciare
con dismisura
irrefrenabile gioia

gioia
nascosta in qualche antro
nella parola saporosa
del frutto nella bocca

frutto che dentro imbarca
e di seme in seme erompe
zolle
e ancora
zolle
terra nella bocca
questo annaspare

eppure suono d’aria resiste
scorre dietro le spalle
sulla pelle fresca
negli incavi delle gambe
torrenti di terra

che sia questa la gioia
tormento senza senso
miserando tormento

accarezza piano le tempie
e tutto s’addorma
vicino al tuo petto
s’alza e spiana
quel calore, quel caldo di te

con questa debolezza con questo male ai fianchi
col desiderio che tutto piange e spreme
che torce muscoli e cuori
negli occhi che tutto sminciano e mangiano
dove la notte trova il suo tormento
con stringimento indicibile

dove risiede
il mallo amoroso
infondo a questa notte nera
e sempre
piena di terra

volto che torna
volto che dentro scava
dove raccolta è la parola
come principio e precipizio

alle notti nostre non abbiamo dato un letto
un letto dove dorme la rosa canina
dove possiamo sentirne
l’odore lieve
acre
alla costoletta
diamo qualcosa che esumeri
sia dismisura d’amore
senza corpo amoroso che dorma

corpo stellare, inattaccabile unguento
preziosa è l’ora in cui non ti riconosco
perduta metamorfosi dei giorni
perduto invito alle notti
nel vento che batte

alla finestra non più sfiorata
suono impalpabile

ma quel caldo, caldo del corpo
quando l’ultima notte
fu di ventre e stomaco
fu viso e sembiante inaudito
sul ventre caldo
che chiede, implora
chiama
in un silenzio che non capivamo
era una mano
che piano diceva

i fiori esangui
sono aride disattese notti
giorni traditi
fiori secchi secchi
sotto una pioggia che non vivifica
nell’inverno che trema

suono di vetri dal ventre
cristallo
suono di nullo
che veloce avanza

i fiori esangui
menati all’aria non volano
colano a picco
le piccole navi
finiscono nei gorghi di vecchi balconi

scolorano
nel tempo che corre
con questa macchia violetta
di rosa umida
di arancio che lo sguardo non trattiene

diverrà pietra
più riconoscibile un giorno
sarà forma e racconto
frammento prezioso

d’amore il petalo

gioco
gioco di nulla
torsioni
dove stringi e lasci
volami, volo ti chiedo

ed io dove portarti
al mare che manca di schiuma
ai pesci d’argento
perdere la trama del tuo odore

è un grido
un grido di nulla
disperato e bello
ora che le civetta si è voltata
e guarda oltre
sfonda la visione buia delle cose sepolte
fa riemergere la chiara
ombra sempre vicina
vicina alla costoletta

che brucia

dove si nascondeva il tuo odore
quando mi portavi sul dorso
a sentire della terra l’odore
l’orma odorosa del mondo

giaculatoria senza forma
giaculatoria che non demorde
giaculatoria che sfibra

un canto che stanca
che slabra
che le tempie preme
e incessantemente scava

questo letto non ha coperte
ma pietre nel fondo di questa terra
germogliano dal brulichio di un calore
di lune e pressioni
in un fondo di fuoco che tutto
tra mandibole e tenaglie
frantuma

Gli Strazi

tenace amore della parola
smangiucchiata tra coperte troppo aderenti
alle forme del tuo piccolo corpo
da tenere in una mano

il tempo
il tempo di un respiro
in cui si dilata il corpo
perdersi
tra cedimenti e sottrazioni
valichi e ponti
dove si inseguivano labbra troppo ardenti

fuoco
fuoco fatuo
tra le fosse di questa città
così silenziosa la notte
dove troppo presto si dorme
troppo si tace

gettami
trovami un posto
dove cresca l’acetosella
mangiamo assieme lo stelo
che tiene il sapore del limone
che si mangia
si mangia le labbra
labbra di limone

accoglimi
accoglimi dentro
non senti l’allocco stridere nella notte
ciminiere si ergono dietro questi paesi
fumo fin dentro alle ossa
o cinerina che tinge le sopracciglia
e più lunghe le accostuma

palombina bianca
ti facesti nera
bianca per ricevere questa lingua che brucia
e nero bruciando lascia

accoglimi stupenda dismisura
visione dei sogni
fa posare questa mano
ancora sulla tua guancia

mutevole forma
fatti sul capo un intreccio di gerani
che possa riconoscerti
nelle sere buie come questa

L’ Acqua

e lì dove giungemmo perdemmo volto
e mani
di tutta la terra e il fuoco dei giorni
sabbia

l’acqua passava di bocca in bocca
e tutto mutava in schiuma
mutava
e solo l’incedere ribollio delle onde
chiamava i nostri nomi
confusi, abbracciati
dei corpi finalmente raggiunti
dalla leggerezza spogliata dal suo peso
le palme e le dita congiunte
richiamavano il piegarsi incessante
delle alghe marine

sprofondati nell’acqua
avevamo dissolti gli occhi
e i lunghi respiri non altro che coro
nelle grandi calde correnti

riconosci il cuore delle cose tutte
ti schiudi superando in leggerezza
le ancore che ancora feriscono i fondali
il deserto è la tua completezza
dove vita moltiplica in vita
e le lune gonfiano la piana azzurrina

il tuo cuore è un incedere lungo
nel pulsare di ogni creatura
questo dolore è solo un nome d’ossicina
che nell’acqua s’allarga, ascolta
e con voce di ogni voce
chiama

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