Letteratura e culinaria_uno

Letteratura e culinaria_uno

il pasto nudo
Invitare qualcuno a desinare, è incaricarsi della sua felicità durante tutto il tempo in cui rimane sotto il nostro tetto
Brillat-Savarin

Grazie a una proposta di Fabio Colella, della libreria “La bambola di Kafka” a Lecce, si apre un varco, dal quale entrano parole e odori, scrittura e sapore e, ancora una volta, scrittura-erotismo-cibo. La richiesta di preparare una serata all’insegna di letteratura e culinaria, permette l’accedere ad un universo infinito di declinazioni e pieghe in cui il miele sposa l’inno amoroso devozionale o in cui la caciotta incontra il biancore lunare nel verso di Magrelli.

Pensiamo per esempio, al Cantico dei Cantici, corpo scrittura e cibo sono legati come lo sono vita e morte. “Come un melo fra gli alberi del bosco,/ il mio diletto fra i giovani/Alla sua ombra a cui anelavo mi siedo/ e dolce è il suo frutto al mio palato”, “le tue labbra stillano miele vergine, o sposa/c’è miele sotto la tua lingua”, “Ti farei bere vino aromatico,/ del succo del mio melograno”.

Se inizialmente la parola “culinaria” ha scatenato una schietta ilarità con leggeri riferimenti sessuali, per l’affinità sonora con il nome che diamo al nostro fondoschiena, successivamente questa ilarità si è rivelata molto più pertinente di quel che poteva apparire a prima vista. E il fondoschiena molto più loquace.

Cominciamo dalla parola. “Nel mondo latino, il termine sapientia deriva dal verbo sapio, che indica aver sapore e anche esser saggio, avere senno. Assimilazione e conoscenza sono fortemente unite nell’alchimia tra ‘500 e ‘600. (…)I latini estendevano il termine sapor, oris, che indica il sapore, il gusto, alla parola, per indicare un discorso eloquente.” (da: Gilli Laura, Letteratura e gastronomia: una proposta di comparazione, in «Griseldaonline» Centro Studi Camporesi). E ancora, se l’etimo di sapere risale al latino sàpere ossia avere o sentire sapore/odore e in senso figurato avere senno, essere saggio, mi ritrovo a dover, ancora una volta, esaltare l’infinito mistero del corpo e del suo essere intrinsecamente carne e spirito. Una dualità che nella ferita aperta del suo manifestarsi, nella scissione che ha generato e genera, riesce necessaria e vitale.

Addentare e gustare una mela, apre all’esperienza delle cose, alla conoscenza. Così come baciare e mordere la pelle dell’amante è fare esperienza dell’altro, del corpo dell’altro. La scrittura con il suo evocare immagini, col suo eccitare i sensi, con il nutrire l’anima è strettamente connessa al pane, così come al corpo.
Il corpo di Cristo, giusto per fare un esempio è pane e vino. L’esperire della parola divina avviene attraverso il rito del cibo offerto. Necessita di una assimilazione che passa per le viscere fino all’escrezione.

Ciò che mi ha colta impreparata è, infondo, una banalità: la relazione tra scrittura e cibo passa dal corpo. Lo scrivere, atto divenuto magico ed evocativo, tensione e attività che esprime la spiritualità dei corpi, è carnale. E la carne vive e si esprime anche attraverso il cibo, e la vita e la morte delle altrui forme, fuori e dentro di noi.

In questo bisogno primario di nutrire il corpo risiede la compresenza della vita e della morte.
L’attenzione per il cibo in letteratura è continuamente esperita. Da “I Deipnosofisti” di Ateneo al “Convivio” di Dante, dal “Morgante” di Pulci all’“Ulisse” di Joyce, dalla poesia al genere del ricettario, da “Gli arancini di Montalbano” ad “Afrodita”. La ricerca è aperta.

Solo un ultimo dono, rubato dalla rete, parole di una ricetta scritta da un autore molto amato quale Emilio Gadda, se avete la pazienza di leggere:

L’approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone, dal chicco grosso e relativamente più tozzo del chicco tipo Caterina, che ha forma allungata, quasi di fuso. Un riso non interamente « sbramato », cioè non interamente spogliato del pericarpo, incontra il favore degli intendenti piemontesi e lombardi, dei coltivatori diretti, per la loro privata cucina. Il chicco, a guardarlo bene, si palesa qua e là coperto dai residui sbrani d’una pellicola, il pericarpo, come da una lacera veste color noce o color cuoio, ma esilissima: cucinato a regola, dà luogo a risotti eccellenti, nutrienti, ricchi di quelle vitamine che rendono insigni i frumenti teneri, i semi, e le loro bucce velari. Il risotto alla paesana riesce da detti risi particolarmente squisito, ma anche il risotto alla milanese: un po’ più scuro, è vero, dopo l’aurato battesimo dello zafferano.
Recipiente classico per la cottura del risotto alla milanese è la casseruola rotonda, ma anche ovale, di rame stagnato, con manico di ferro: la vecchia e pesante casseruola di cui da un certo momento in poi non si sono più avute notizie: prezioso arredo della vecchia, della vasta cucina: faceva parte come numero essenziale del « rame » o dei «rami» di cucina, se un vecchio poeta, il Bussano, non ha trascurato di noverarla nei suoi poetici « interni », ove i lucidi rami più d’una volta figurano sull’ammattonato, a captare e a rimandare un raggio del sole che, digerito il pranzo, decade. Rapitoci il vecchio rame, non rimane che aver fede nel sostituto: l’alluminio.
La casseruola, tenuta al fuoco pel manico o per una presa di feltro con la sinistra mano, riceva degli spicchi o dei minimi pezzi di cipolla tenera, e un quarto di ramaiolo di brodo, preferibilmente di manzo: e burro lodigiano di classe.
Burro, quantum prodest, udito il numero de’ commensali. Al primo soffriggere di codesto modico apporto, butirroso-cipollino, per piccoli reiterati versamenti, sarà buttato il riso: a poco a poco, fino a raggiungere un totale di due tre pugni a persona, secondo l’appetito prevedibile degli attavolati: né il poco brodo vorrà dare inizio per sé solo a un processo di bollitura del riso: il mestolo (di legno, ora) ci avrà che fare tuttavia: gira e rigira. I chicchi dovranno pertanto rosolarsi e a momenti indurarsi contro il fondo stagnato, ardente, in codesta fase del rituale, mantenendo ognuno la propria « personalità »: non impastarsi e neppure aggrumarsi.
Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l’aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po’ per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella « marginale », che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè.
Il brodo zafferanato dovrà aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti-ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po’ meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà fuori un giallo chiaro canarino. Quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dei è reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro « risotto alla milanese » ingredienti di prima (qualità): il suddetto Vialone con la suddetta veste lacera, il suddetto Lodi (Laus Pompeia), le suddette cipolline; per il brodo, un lesso di manzo con carote-sedani, venuti tutti e tre dalla pianura padana, non un toro pensionato, di animo e di corna balcaniche: per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate: si tratterà di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona: mezza sigaretta. Non ingannare gli dei, non obliare Asclepio, non tradire i familiari, né gli ospiti che Giove Xenio protegge, per contendere alla Carlo Erba il suo ragionevole guadagno. No! Per il burro, in mancanza di Lodi potranno sovvenire Melegnano, Casalbuttano, Soresina, Melzo, Casalpusterlengo, tutta la bassa milanese al disotto della zona delle risorgive, dal Ticino all’Adda e insino a Crema e Cremona. Alla margarina dico no! E al burro che ha il sapore delle saponette: no!
Tra le aggiunte pensabili, anzi consigliate o richieste dagli iperintendenti e ipertecnici, figurano le midolle di osso (di bue) previamente accantonate e delicatamente serbate a tanto impiego in altra marginale scodella. Si sogliono deporre sul riso dopo metà cottura all’incirca: una almeno per ogni commensale: e verranno rimestate e travolte dal mestolo (di legno, ora) con cui si adempia all’ultimo ufficio risottiero. Le midolle conferiscono al risotto, non più che il misuratissimo burro, una sobria untuosità: e assecondano, pare, la funzione ematopoietica delle nostre proprie midolle. Due o più cucchiai di vin rosso e corposo (Piemonte) non discendono da prescrizione obbligativa, ma, chi gli piace, conferiranno alla vivanda quel gusto aromatico che ne accelera e ne favorisce la digestione.
Il risotto alla milanese non deve essere scotto, ohibò, no! solo un po’ più che al dente sul piatto: il chicco intriso ed enfiato de’ suddetti succhi, ma chicco individuo, non appiccicato ai compagni, non ammollato in una melma, in una bagna che riuscirebbe schifenza. Del parmigiano grattugiato è appena ammesso, dai buoni risottai; è una banalizzazione della sobrietà e dell’eleganza milanesi. Alle prime acquate di settembre, funghi freschi nella casseruola; o, dopo S. Martino, scaglie asciutte di tartufo dallo speciale arnese affetto-trifole potranno decedere sul piatto, cioè sul risotto servito, a opera di premuroso tavolante, debitamente remunerato a cose fatte, a festa consunta. Né la soluzione funghi, né la soluzione tartufo, arrivano a pervertire il profondo, il vitale, nobile significato del risotto alla milanese.

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