Centri di Identificazione ed espulsione. Come va il canto/ Center for Identification and Deportation. The song goes

Perdo peso, divento leggera, trasparente. Poi passa un piccione davanti ai vetri del palazzo blindato. Affianca una finestra e si posa, dopo pochi attimi spicca il volo e con un arco chiaro e netto sorvola il cie di Palese/San Paolo (Bari). Siamo nei pressi di Viale Europa, in campagna, vicino alla caserma della guardia di finanza dove hanno confinato i detenuti.
Lontano, sempre più lontano dalla città, dal quartiere abitato, dagli occhi della gente. Che il canto non arrivi. Sono sicura che cantano. I detenuti spesso cantano e sono tanti i canti dei carcerati. Tanti i canti e le voci dei detenuti. Solo che questi non sono detenuti “normali”, non sono criminali qualsiasi, sono immigrati, colpevoli di aver lasciato il loro paese per cercare di vivere.
Perdo peso, divento leggera, trasparente.

I canti continuano, è come se questi muri così alti e massicci trasudassero canti di lingue a me sconosciuti. Canti decisi e forti che incitano a resistere e canti dolci, che aiutano a dormire, a lenire i ricordi. E se cantassimo anche noi? Noi che siamo qui in pochi, di fronte al cie. Come si fa a chiedere? Come si fa a far arrivare la propria voce e a chi? Spesso mi domando se i ragazzi che ho conosciuto in Siria sono ancora vivi. Sarei felice di saperli in Italia, al sicuro…al sicuro, ma dove?
Le ali del colombo mi tormentano. La loro leggerezza sopra i muri, il filo spinato, le divise, i camion militari. La loro leggerezza mi disarticola il pensiero. Libertà. Perdo peso e il senso della pietà umana si sgretola. Continuiamo a commettere gli stessi sbagli, a perpetuare azioni di coercizione, di limitazione dello spazio altrui. Lo abbiamo fatto fuori casa, e lo facciamo dentro. Fuori e dentro le mura poniamo il confine di ciò che è lecito e non è lecito fare.

L’immigrato e la nostra relazione con lui/lei, il nostro essere migranti non sono certo questioni poetiche. Forse sarebbe meglio usare altre parole. Non parlare.
Cucirsi le labbra. Dovremmo fare anche noi come ha fatto il ragazzo-detenuto del cpt di Palese/San Paolo? Perché, queste parole, dove andranno a finire se non nell’oblio? La grande luce che acceca.
Perdo peso. Le ali del colombo tracciano l’ampiezza dello sguardo che può librarsi oltre la forma del corpo. Ci sono finestre nel cie? Si vedono le stelle? Si può pensare l’amore nel cie?

Questa notte è una notte lunga. Nel cuore della città non conosciamo i nostri ospiti né vogliamo conoscerli. Il nostro dato esperienziale è una lunga teoria di mezzi e strumenti. Schermo si assomma a schermo.
Questa notte è una notte lunga. I muri del cie continuano a trasudare canti e voci. Se tendiamo l’orecchio, verso i muri di una via imprecisata tra Palese e San Paolo, forse riusciamo a sentire qualcosa.

Immigrazione: Centro di identificazione ed espulsione di Bari

I lose weight, I become light, transparent. A pigeon passes outside the windows of this armoured palace. the pigeon touches a window and alights, then he/it flies away, making a clear arch over the cie of Palese/San Paolo. We are near Viale Europa, in the countryside, near the barracks of the Italian finance police. Here, in an armoured building there are the prisoners.
Far, far and far from the city, the inhabited district, far from the eyes of the people. In order that the song cannot arrive. I’m sure that the prisoners sing. They sing many time in a day and there are many songs of prison. Many voices. There’s only a question: these persons are not normal prisoner, are not like the common criminals, they are immigrants, whose guilty is that they have left their country to survive.
I lose weight, I become light, transparent.

The songs continue. It is like these songs ooze from the wall, with languages I don’t know. Strong songs enhancing the resistance and sweet songs that help to sleep, to calm the memories. And, if we start to sing? We, the few people in front of the cie. But, how is the way to ask? How is possible to bring the voice to the people? What people? Many times I ask to myself if the girls and boys I have met in Syria are still alive. I would be happy if they are in Italy, safe….safe, but where?
The wings of the pigeon torture me. Their lightness over the walls, the barbed wire, the uniforms, the military cars. Their lightness disarticulate the thoughts. Liberty. I lose weight and the sense of the human pity. We continue to do the same mistakes, to force the other, limiting their space. We have done this outside our home, we do it inside. Outside and inside the walls we decide the frontier, the limit of what is permitted or not.

The immigrate, our relation with him/her, our being migrant, they are all questions, not properly poetic. Maybe, it could be better to use other words. Don’t speak.
To sew the lips, not in metaphoric sense. Will we do the same? The same thing that the boy in the cie has done? Because, if we think about, where these words will finish? Probably in the oblivion, the great light that blinds.
I lose weight. The pigeon wings traces the space of the sight that goes beyond the body’s shape. Are there windows in the cie? Can they see the stars? Is it possible to think love in the cie?

This is a long night. In the hearth of the city we don’t know our guests and we don’t want to. Our experience is a long series of tools and instruments. Screen on screen.
This is a long night. Songs and voices continue to ooze from the walls. If we listen well we can listen something coming from that street in the countryside between Palese and San Paolo (Bari).

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