La prima cosa bella/ The first beauty thing

La prima cosa bella

Vagone del treno Lecce-Bari. Si comincia a vaneggiare prima che il treno inizi la sua corsa. “Giagiu Giagiu nu chiangere pe mie”, il nostro passeggero, non sappiamo se brillo o se di mente allegra, invoca e comincia a cantare. Parte il treno e parte anche lui: “la prima cosa bella della vita, il cuore batte innamorato sempre più”. Il cuore, il cuore.

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita. E’ così. Trentatré anni, gli anni di Cristo, senza un lavoro ufficiale e riconosciuto, dopo dieci anni di teatro, inteso come corporea e carnale dedizione fino alla perdizione del tuo stesso respiro. Consapevole devozione. “L’amore in ogni cuore”, continua a cantare il nostro passeggero. Il teatro come pratica totalizzante, come amante e amato in un rapporto dove è inevitabile perdersi. Dove più amanti e amati si incrociano condividendo percorsi che talvolta necessitano una difficile e decisiva sterzata.

“La prima cosa bella della vita”. Come se fossi stata avvolta in un velo, mi muovo in un mondo che accoglie e respinge, chiede e impone, consente e costringe. Il velo in cui ero avvolta, con le sue fenditure e i suoi strappi, cade. La sua caduta ti permette di ritrovarti momentaneamente nudo. Ti ritrovi nudo al mondo. Nel mondo disegnato dalle tue esperienze, dalle persone che conosci, da quelle perse, dal passato e dalle proiezioni, dalla stanchezza e dai desideri, da ciò che ti attende non conosciuto e dalle piccole tenaci certezze. “Il cuore batte innamorato sempre…” e il nostro passeggero, carico dei suoi pensieri mischiati alle canzoni, scende e ci lascia nello sfarfallante chiacchiericcio di una ragazza dalla appariscente maglia verde smeraldo.

Immagino che siano molti, gli uomini e le donne, che come me, si ritrovano ad un certo punto del loro percorso, a dover dare una forte sterzata verso l’ignoto. Succede che le cose si assommano quasi involontariamente e ti portano a fare un passo decisivo. Oppure gli anni si trascinano fino alla virata. Succede di cambiare decisamente gusti, idee, tensioni. Il velo cade, cade sempre e piano piano lavoriamo nuovamente ai nostri ferri, per tesserne un altro, magari a noi più consono, che si sposa bene col nostro rinnovato occhio. L’occhio è sempre quello, il nostro caro occhio, ma i filtri si alternano in una danza infinita fino al Giorno del Giudizio. Chi troveremo a giudicarci? E cosa si giudicherà? Possibile che il tribunale e la corte siano la forma dell’accesso alla vita eterna?

Il treno si spopola, sono solo le 21.00 di un mercoledì dei primi di ottobre. Non riesco a vedere gli amati cavi e tralicci che scorrono lungo i pali. Pali. Inevitabile l’accostamento visuale. Le immagini sapienti e bellissime dei film di Angelopoulos nelle quali ricorrono gli operai sospesi ai pali dell’elettricità nella “straziante bellezza del creato”.
angelopoulos

Nel treno ci siamo noi, ex lavoratori, lavoratori, migranti africani, srilanchesi e indiani, ubriachi. Ognuno con le proprie mani, la propria preziosa vita, ognuno col proprio mondo di intrecci. Nel mondo che ti accoglie e respinge.

Uscendo fuori dalla logica dell’incasellamento siamo qui a cercare una possibilità di resistenza, senza paracadute e cuscini. L’importante, come dice Lucia, è stare nella soglia dell’onestà!

Tutto questo non è che gratuita divagazione. Eppure mi chiedo perché ci siamo costruiti un sistema di vita che ti permette di pensare che a 33 anni sei troppo cresciuto, che non hai più molto tempo per-, che diventa più difficile fare cose.

Io offro questa nudità al mondo, alla terra e alle anime che l’attraversano. E offro la tessitura di un nuovo velo che possa entrare in relazione con i veli dell’altro. Fino a quando non saremo entrambi spudoratamente e semplicemente nudi.

“Giagiu Giagiu nu chiangere pe mie” e, nei limiti del possibile, alzati e riprendi a camminare. Dopotutto, a ben guardare, Dante perdendosi ha ritrovato molto di più che se stesso.

“The first beauty thing in the life”

Train Lecce-Bari. Before the train’s departure, in the wagon begins the delirium. “Giagiu Giagiu don’t cry for me”. Our passenger, drank or in happy state of mind, starts singing. The train leaves and he also leaves: “the first beauty thing in the life, the heart beats in love more and more”. The heart, the heart.

Midway upon the journey of our life I found myself within a forest dark, for the straightforward pathway had been lost. It is properly like that. Thirty-three years old, the age of Christ, without an official and recognized job, after 10 years of work in theatre, a theatre thought as complete and carnal devotion till you lose your own breath. A conscious devotion. “The love is in every heart”, our passenger continues to sing. A theatre as practice that takes all the parts of the life, as love and beloved in a relation where to get lost is inevitable. Where more lovers and beloveds share and cross their paths that sometimes need a strong swerve.

“The first beauty thing in the life”. As I’m in a veil, I move in a world that welcomes and reject , requires and impose, permits and force. The veil in which I was, with its rips, falls down. The veil falling allows to find yourself temporary naked. You find yourself naked in the world. In the world that you draw with experiences, people you know, people you lost, with past and projections, with tiredness and desires, with the things you don’t know and the little certainties.

“The heart beats in love more and more…” and our passenger, with its thoughts and songs, leaves us , and we remain with the light talking of a girl dressing a striking emerald-green shirt.
I image that there are many men and women, like me, that are in a precise point of their path, in which you need to give a strong change of direction toward the unknown. It happens when many things come together bringing you to a choise. Or, sometime, you wait too much till the turn. It happens that you totally change ideas, pleasures, tensions. The veil falls down, always falls and slowly we restart to work on our new veil, good for our renewed eye. Because the eye remains the same but the veil changes, like an infinitive dance of filters until the doomsday. Who will we find to judge us? And what will be judged? Is it possible that the tribunal and the court are the form to pass to the eternity?

The train empties, it’s 11 p.m., a Wednesday in this first part of October. I can’t see the frameworks and the cables flowing between the poles. Poles. I remind the beautiful images of the films of Angelopolous. Utility poles where workers stand in the “straziante bellezza del creato”

We remain in the train: ex-workers, workers, migrants from Africa, Sri Lanka and India. Each one with its hands, its precious life, each one with its world of relations. In the world that welcome and reject.
Coming out from the logic that find a name and a definition for everything we are here to find a possibility of resistance, without parachute and pillows. The important thing is, as Lucia says, to stay in the limit of the honesty!

All this is only a parenthesis. Anyway I ask to myself what kind of life we have built is possible to think, for a 33 years old, you are too old, you don’t have time to-, that is more difficult to do-.
I offer this nudity to the world, to the hearth and to the souls crossing this land. I offer the texture of a new veil able to be in touch with the veil of the others. Till we remain both unashamedly and simply naked.

“Giagiu Giagiu don’t cry for me” and, as much as possible, stand up and start again walking. If we look at the Dante experience, it could be useful to lost ourselves.

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Un pensiero su “La prima cosa bella/ The first beauty thing

  1. non abbiamo mai avuto l’amore
    che ogni bambino dovrebbe ricevere
    non siamo delinquenti
    siamo solo incompresi
    c’è del bene dentro di noi
    (…)
    mio padre picchia mia madre
    mia madre mi mena
    mio non è un comunista
    mia nonna vende erba
    mia sorella ha i baffi
    mio fratello si veste da donna
    per Dio, ecco perché la mia vita è un casino
    (…)
    questo ragazzo non ha bisogno di uno psicanalista
    ha bisogno di un lavoro che lo faccia sentire utile
    la società gli ha giocato un brutto tiro
    e sociologicamente è malato
    (…)
    mi dicono di trovarmi un lavoro
    tipo a un distributore di bibite
    il che significa che sarei un pirla
    non è che sia un antisociale
    sono solo anti-lavoro

    we never had love
    that every child oughta get
    we ain’t no delinquents
    we’re misunderstood
    deep down inside us there is good
    (…)
    my daddy beats my mommy
    my mommy clobbers me
    my grandpa is a commie
    my grandma pushes tea
    my sister wears a mustache
    my brother wears a dress
    Godness gracious, that’s why I’m a mess

    this boy don’t need a couch
    he needs a useful career
    society’s played him a terrible trick
    and sociologically he’s sick
    it’s not I’m antisocial
    I’m only anti-work

    (Leonard Bernstain, Gee, Officer Krupke)

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