Etra e dopo Etra

cristiano de gaetano

18 settembre 2014, ore 20.00. Omaggio all’artista Cristiano De Gaetano attraverso un incontro, “Ex Vuoto”, organizzato all’interno della mostra Etra (Gioia Del Colle), dall’infatigable Pierluca Cetera. Amici, esperti, artisti, studenti, curiosi, sostenitori, “passanti il tempo”. Tutti sul terrazzo del Palazzo Romano, sfidando la brezza pungente delle sere di fine settembre, bonariamente invidiando Schirinzi e il suo giubbottino a collo alto. Appollaiata sulle tegole traballanti di un tetto a due falde, guardo con occhio curioso ciò che succede. Novizia, in una cerchia di artisti che da tempo si conoscono e che si occupano di arte pittorica, video, scultura, installazione, cerco di osservare pazientemente mentre sento dietro di me lo sguardo della “signora di fronte” che segue l’incontro dal suo balcone.

Novizia, ma, per parafrasare l’espressione di una mia cara amica, “anche meno”. La mia tradizione è una tradizione teatrale che ha sempre interagito con le altre discipline artistiche e prime fra tutte la poesia e la pittura. Non dimenticando una lunga e tutt’ora viva relazione amorosa con la pittrice Jara Marzulli, relazione che mi accompagna da quando mia madre mi mise al mondo.

Tutti gli interventi che si sono succeduti hanno messo in campo saperi, indirizzi, conoscenze, tensioni, relazioni. Accanto alle parole sulle opere di Cristiano De Gaetano, gli aneddoti raccontati dagli artisti stessi, sul loro rapporto con un artista e amico, la cui ultima opera continua a balenarmi davanti agli occhi anche nei momenti meno opportuni.

Quella donna legata di schiena alla croce, plasmata in un materiale duro e nero, squarciata dal petto fino alle gambe, attraverso i cui arti si annodano lacci di scarpe, continua a bussare alla mia porta. Dicendomi semplicemente: “guardami, sono qua”. Priva di capelli, non fosse per il seno e per un fondo schiena evidentemente femminili, potremmo chiamarla “essere androgino”. Potremmo chiamarla. Eppure c’è una donna lì, di schiena sulla croce, e questo mi innerva un po’ di insofferenza, come se quei lacci legassero anche me.
L’arte, questa strana cosa che abbiamo fra le mani e che macina in un tempo, molto spesso, contrario al ritmo disumanizzante del lavoro. L’arte, questa multiforme creatura non estranea alle dinamiche del denaro, non pura, che si sporca, impasta le mani nella miseria della vita, la modella, la modifica, svela e ri-vela, la vomita, offre un cambio di sguardo. Un cambio di sguardo, una riflessione, una interrogazione. Offre la resistenza della bellezza.

Tenendo a freno le divagazioni, mi concedo solo due osservazioni. La prima riguarda la messa in opera di una modalità che Cetera ha volontariamente o involontariamente promosso attraverso la realizzazione della mostra. Messa in opera di una pratica di relazioni chiamate ad interagire con lo spazio. Spazio non così facile da mettere a disposizione per l’arte, il teatro e la cultura in generale.
Queste relazioni muovono la collaborazione tra gli artisti stessi, che a mio parere, può essere una delle carte da mettere in gioco in questi tempi bui, cercando di fare opera di mediazione tra quelle che sono le necessarie azioni da compiere ai fini di un legittimo ritorno economico e azioni che cercano di portare l’arte tra le persone, nella città, nella periferia, azioni di cooperazione tra diverse discipline che possano far crescere idee, prospettive, slanci, muovere domande.

Per fare questo l’artista si toglie per un attimo l’aureola baudelairiana e diviene manovale, si sporca le dita, non in senso metaforico, ma le sporca di polvere e di unto. Perché l’organizzazione di un evento richiede presenza e cura. Dal cambio delle lampadine, al pulire i pavimenti, dall’aprire il portone e dal richiuderlo alla fine della giornata, dalla cura verso il pubblico alla cura verso gli artisti stessi.
Questa consapevolezza, per quanto mi riguarda, deriva da anni di lavoro nel teatro, tra il dover incessantemente realizzare eventi e produzioni (mediando con il ritorno economico e con i così detti “requisiti” da rispettare; la tenaglia delle politiche sullo spettacolo!) e l’urgenza di creare occasioni di collaborazione fra artisti. Cooperazione che genera sinergie, apre i sensi e ti permette di uscire dal “tuo”, ti permette di sentire la vita.

La questione è: è possibile che la realizzazione di eventi, di occasioni di incontro ed “esposizione” venga fatto in cooperazione? Dagli artisti stessi? Senza aspettare che siano gli altri ad appendere le opere, pulire i pavimenti e accendere la luce? Queste domande le rivolgo in primis a me stessa.
Altra osservazione rispetto ad alcune parole dette. Si è parlato di assenza. Questione e concetto di filosofica e umana importanza. L’assenza di qualcosa o qualcuno, di cui ne abbiamo assaporato la presenza, è un qualcosa che squarcia, che fa rimanere a volte muti e allo stesso tempo ci rende consapevoli del valore e dell’importanza di ciò che più non abbiamo.
Dunque, permettetemi, questa volta, di dichiararmi a favore dell’essere “in presenza”.

Mi chiedo: ma noi artisti (scusate la categorizzazione, sono la prima a sopportare poco le nomenclature), dobbiamo necessariamente sparire per essere riconosciuti? Non voglio qui parlare della storia della letteratura o della storia dell’arte, citando artisti e letterati riconosciuti solo dopo la loro scomparsa ma voglio parlare della possibilità di esserci, in presenza, qui e ora.

Questo, chiamiamolo, riconoscimento, da chi deve venire? E cosa intendiamo per riconoscimento? Che cosa sono questi coefficienti legati alle vendite dei quadri? Come riconoscere il valore artistico e umano di ciò che vive e respira nelle nostre città, nel nostro tempo, nei luoghi che attraversiamo uscendo e tornando alle nostre case? Per chi ne ha una, ovviamente.

L’esserci in vita è una occasione che non capita più di una volta, se escludiamo ovviamente Cristo (ma anche lì abbiamo alcuni dubbi). L’esserci in vita, e l’esserci per gli altri e con gli altri è un fatto. Un fatto da cominciare a riconoscere, senza attendere che qualcuno dica il fatidico “tu sei”.
“Ecco che cade dal pero”, direte. Sì, voglio cadere dal pero. E cadere dal pero non è uno scherzo, puoi farti seriamente male.

Gli eccessi nel mondo della cultura sono visibili a tutti. C’è chi quotidianamente arranca, chi fa doppi e tripli lavori, chi non guadagna da ciò che fa, chi non ha visibilità e c’è chi comincia a guadagnare somme spropositate se entra nel “canale giusto”. (Canale, altra parola che ho sentito nell’incontro). E’ il sistema, direte. Sì è il sistema, ma c’è una scelta? O siamo totalmente e irrimediabilmente costretti a seguire il sistema?

Non chiuderò questo breve scritto con la parola “sistema”. Ma con un ringraziamento. Ieri sera la serata è proseguita in tutt’altro modo tra vino, cibo e..molta acqua. Ognuno dei presenti non sapeva fino in fondo cosa si muoveva nell’intimità e nell’emotività dell’altro, ma si era lì ognuno con la propria follia e disponibilità. Un po’ per ricordare e celebrare l’importanza di chi ha lavorato con noi, lasciando un qualcosa di vitale e importante che tocca a noi sostenere, proseguire, sfondare. E un po’ per il puro piacere di stare, guardarsi, ascoltar e raccontare, alla maniera dei vecchi comici, barzellette un po’ “spinte” .

A fine serata penso alle tue parole, Natascia, e comincio a credere che quel treno, come tutti i treni delle persone incontrate, perse, ritrovate, ci sia ancora, bello e fumante come i treni un po’ grotteschi di Miyazaki. Sta a noi dare e cercare un modo possibile che permetta a quel treno, a quei treni, di non fermarsi, di proseguire e tentare ancora la via della bellezza.

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