Virginia Woolf_Le tre ghinee Uno: la guerra è un mestiere

by Lady Ottoline Morrell, vintage snapshot print, June 1926

Quanto mai attuale mi pare sia il libro di Virginia Woolf “Le tre ghinee”, “Three guineas”. Molti interrogativi sorgono dalla lettura di queste parole scritte tra il 1937 e il 1938, testo elaborato in relazione alla guerra che iniziava a seminare per mezzo dei suoi granai e le sue granate, per approdare verso i disastri della seconda guerra mondiale.

Il libro di Woolf mi pare attuale perché siamo in piena guerra anche noi, i vivi di oggi. Una guerra concreta e reale, più vicina all’esperienza quotidiana di ognuno di quello che possiamo immaginare.
Il volto della guerra di oggi si mostra attraverso molteplici facce. Una guerra o, pluralità di guerre, che avviene attraverso le armi, la colonizzazione culturale e politica, la compravendita di esseri umani, i morti delle migrazioni nel mare nostrum, la progressiva erosione della bellezza animale e naturale, la mercificazione della vita, la distruzione dell’esistenza.

Ci sono luoghi come la Siria, in cui ho conosciuto donne e uomini vivi, pieni di sogni, di speranze, pieni di una bellezza indicibile. Queste donne e questi uomini hanno costruito nel tempo case e luoghi che non ci sono più. E questo potrei dirlo della Palestina, luogo a me profondamente caro, dove gli ulivi tagliati sono una ferita ancora viva nei miei occhi. Le cause di questa distruzione umana vengono studiate e analizzate da sempre. Ci sono esperti, davanti alle cui parole, non posso che annuire. E io sono l’ultima delle persone a poter parlare.

Eppure Virginia Woolf, attraverso la forza delle sue parole mai morte, continua ad invitare le donne e gli uomini a non tacere, cercando di conquistare e tenere presso di sé e per gli altri “l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo”.

Il libro di Woolf si apre con una domanda: “ Cosa, secondo Lei, si deve fare per prevenire la guerra?”. Una domanda fatta da un uomo colto ad una donna colta negli anni ’30 del 1900. Questa domanda diviene un pretesto per analizzare la situazione delle donne dell’epoca. Woolf si chiede come la diversità delle donne (diversa condizione nella società rispetto agli uomini, diversa tradizione, relazione con la società degli uomini, significato di emancipazione) possa venire in aiuto alla gravosa questione della guerra. Tenendo presente come questa diversa condizione fosse estremamente in cambiamento. Un cambiamento tangibile fatto di lotte e resistenze.

Woolf inizia da una constatazione, ossia che la tradizione della guerra appartiene ad una tradizione maschile, appartiene all’uomo. Tradizione come esercizio alla guerra e alle sue pratiche che hanno a che fare con la soddisfazione di bisogni maschili, con il valore della virilità, con la ricerca di una esaltazione.
Queste iniziali considerazioni approdano ad una asserzione che nella sua semplicità, devo confessare, mi ha provocato una “contrazione dei sensi”. L’asserzione è la seguente: “la guerra è un mestiere”.

La guerra è un mestiere che un giorno potrebbe divenire appannaggio anche delle donne. Qui, con un sorriso amaro, mi rifaccio alle parole e alla veggenza di Woolf. A ben vedere, si trattava per la donna di decidere di condividere o no un sistema di pratiche e ideali portato avanti dalla tradizione patriarcale o, per diritto di estensione, maschile.

Entro questi termini, però, si annida la contraddizione. Per far valere le proprie idee, la propria rappresentanza, la propria presenza, per avere voce, le donne devono accedere a quel mondo che le esclude. Durante la guerra le donne cominciano ad accedervi anche grazie alla loro partecipazione nella produzione delle armi nelle fabbriche deserte d’uomini.

La questione del mestiere è centrale nel discorso di Woolf, lo è in questo libro come nel saggio “Una stanza tutta per sé”. Il guadagnarsi da vivere indipendentemente dal proprio padre, dal fratello e dal marito è una conquista che ha reso, o avrebbe dovuto rendere libero il pensiero. E fa bene Woolf a ricordare che il diritto alle libere professioni per le donne in Inghilterra risale al 1919.
La libertà di pensiero va di pari passo con la possibilità di esprimere le proprie opinioni e con la capacità di interagire e modificare il sistema, esercitando un reale potere di influenza.

“E che influenza effettiva possiamo esercitare sulla legge o sul mondo degli affari, sulla religione o sulla politica, noi che troviamo ancora tante porte sprangate, o appena socchiuse, noi che non abbiamo alle spalle né capitale né potere?”, si chiede Woolf.
E, cosa ancora più importante, che tipo di influenza mettiamo in gioco nel momento in cui entriamo a far parte di quel tipo di sistema prima a noi escluso? In un sistema che dall’educazione al lavoro esalta valori e dinamiche di possesso, competizione, dominio sull’altro, accumulo dei privilegi, di terra e di capitali?
La ricchezza, tutto sommato, è in stretta parentela con la guerra e la privazione di libertà.
Quello che Woolf prospetta è la realizzazione di una educazione differente, educazione del cuore, del corpo e dell’intelletto.

L’interrogativo che pongo adesso, fermandomi a metà libro, riguarda proprio l’educazione. L’utopia di Woolf si è realizzata, rispetto all’educazione? Cosa e come sono le nostre università? Chi sono i nuovi esclusi di oggi? La donna è riuscita a non contribuire alla cultura del possesso e del privilegio?

Finisco con delle domande così come Woolf apriva con le domande. “Non smettere mai di fare domande” è d’altronde ciò che mi ha insegnato un regista di teatro come Fabio Tolledi o ciò che scriveva Julian Beck nelle sue domande. Non smettere mai di fare domande, quindi, sia tu uomo donna o quello che tu scelga di essere.

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