A room of one’s own, Virginia Woolf

Un libro deve adattarsi al corpo
Virginia Woolf

“A room of one’s own” ovvero “Una stanza tutta per sé” è un saggio di Virginia Woolf, scritto nel 1928. La scrittrice, invitata ad intervenire ad un ciclo di conferenze su “la donna e il romanzo”, riflette sul binomio sesso/scrittura e sulla possibilità concreta, per una donna agli inizi del XX secolo, di poter vivere scrivendo.
La riflessione di Woolf, tutt’altro che rigida e asciutta, ritaglia percorsi e immaginari, portando il lettore a seguire due differenti storie: un giorno di una scrittrice alla ricerca di argomenti e materiali per la stesura di una riflessione su… “le donne e il romanzo” e la vita di una ipotetica sorella di Shakespeare, anch’essa scrittrice come il fratello, a cavallo tra il 1500 e il 1600.
In entrambi i casi, Virginia Woolf, presenta al lettore una serie di difficoltà che una donna dedita alla scrittura incontra lungo il proprio percorso. Difficoltà di ogni genere che vanno dall’interdizione dai palcoscenici all’impossibilità, per una donna, di accedere da sola in una biblioteca. Il tutto permeato da una società in cui dominano luoghi comuni sulle scarse capacità intellettuali della donna.
Le due situazioni presentate, pur riferendosi ad epoche diverse, fanno emergere una questione di assoluta importanza: quali sono le condizioni che rendono possibile la presenza nella società di una donna scrittrice?
Spazio e indipendenza economica. Spazio inteso come luogo possibile di lavoro non necessariamente attraversato da familiari, bambini e faccende domestiche impellenti. Spazio inteso come luogo che renda possibile l’espressione. E infine spazio come luogo di ricerca e studio.
Indipendenza economica intesa come capacità di poter affrontare questioni materiali attraverso la realizzazione del proprio lavoro.

Nel momento in cui Virginia Woolf parla dello spazio, della stanza tutta per sé e di una necessaria indipendenza economica, ecco venir fuori la questione capitale della libertà. Una parola oggi sfiancata ed abusata che, nonostante tutto, conserva una forza ancora capace di interrogarci. “La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale”. Si badi bene che Woolf non intende lusso o guadagno sfrenato ma intende la possibilità di vivere del proprio lavoro, in maniera tale da poterlo portare avanti.
Woolf fa un discorso rivolto alle donne della propria epoca, un’epoca di fermento, di grandi innovazioni e battaglie per una progressiva conquista dei diritti delle donne. Un discorso che ha un importante valore ancora oggi e che riguarda le donne e la molteplicità dei generi a cui sentiamo di appartenere.
Woolf non esclude il sesso maschile dalla vita, cita l’androgino di Coleridge come possibilità creativa e la compresenza dei sessi all’interno delle donne e degli uomini, scrivendo di libertà e responsabilità.
Il saggio si conclude con parole che pur rivolgendosi al genere femminile, potrebbero essere estese a tutti coloro che si occupano di arte, di cultura: “se abbiamo l’abitudine della libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se usciamo un attimo dalla stanza comune di soggiorno e vediamo gli esseri umani non sempre in relazione l’uno con l’altro bensì in relazione con la realtà; e anche il cielo e gli alberi o ciò che si voglia (…) se guardiamo in faccia il fatto, poiché si tratta di un fatto, che non c’è un solo braccio al quale appoggiarsi, ma che dobbiamo fare tutto da sole e che dobbiamo essere in relazione con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora (…) nascerà la poetessa”. E aggiungerei, resisterà la poesia.

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